La scienza ha una posizione al tempo stesso privilegiata e scomoda
nella società moderna. La sua centralità, il suo ruolo preminente, sono
indubbi. Senza la scienza non esisterebbe il mondo moderno come lo
conosciamo. Essa è però continuamente sotto attacco. Per restare a
controversie recenti, si pensi alle polemiche sulla scienza economica e
sulla sua, vera o presunta, incapacità di prevedere l'attuale crisi
mondiale. O ai conflitti che si sono accesi intorno alla questione dei
cambiamenti climatici. O alle dispute, con forti ricadute mediatiche,
intorno alla teoria darwiniana. O al recente clamore sulla cellula
artificiale.
Mi auguro che i praticanti delle scienze dette
(impropriamente) hard, le scienze fisiche e biologiche, non abbiano
obiezioni di principio se un cultore di scienze sociali, scienze soft
per definizione, si prova qui a dare una sua interpretazione della
natura di quelle controversie.
Le critiche alla scienza sono di
vario ordine. C'è, in primo luogo, la critica tradizionalista,
alimentata dall'incomprensione della natura della scienza, dei
caratteri che sono propri di questa particolare attività umana. È il
tipo di critica a cui la scienza è sottoposta dai tempi di Galileo e
che, probabilmente, l'accompagnerà per sempre. È propria di chi nell'attività scientifica non vede affatto una preziosa opera di ampliamento
delle conoscenze umane ma solo un attacco alle tradizioni, soprattutto
religiose, alle convinzioni ricevute dal passato. Chi critica la scienza
con questa motivazione non comprende che la scienza, di per sé, non
attacca affatto le tradizioni religiose. Opera su un piano completamente
diverso. È vero che, di tanto in tanto, qualche cattivo scienziato, in
cerca di facile popolarità, si mette a pontificare, in nome della
scienza, su questioni religiose. Ma quel cattivo scienziato è
giustamente considerato un ciarlatano dagli scienziati seri.
C'è
poi la critica populista. La scienza è per definizione un'attività
elitaria, praticata da selezionatissime élite intellettuali con una
lunga e dura formazione alle spalle e accessibile soltanto ad esse. In
quanto tale, essa incorre nell' ostilità degli spregiatori delle élite,
quelli che pensano che se un tema è troppo complesso per essere compreso
dal common man, allora nasconde l'imbroglio e la frode dei pochi ai
danni dei più. L'avvento della democrazia politica ha certamente dato
forza alla critica populista.
Ma c'è anche un terzo tipo di critica
che accompagna la scienza e questo terzo tipo è, a parere di chi
scrive, figlio di errori commessi da scienziati (non tutti, ma molti
sì). Questi errori contribuiscono ad alimentare sospetti, incomprensioni
e polemiche.
Gli errori commessi dagli scienziati sono, a loro
volta, di due tipi. Il primo, intrinseco all'operare della scienza, si
riproduce continuamente ma è rimediabile. Nel senso che sgorga dall'attività scientifica, ma il procedere di quella stessa attività produce
regolarmente anche anticorpi che lo contrastano e, col tempo,
neutralizzano. Chiamerò endogeno questo errore (nel senso che è
intrinseco all' attività scientifica).
Il secondo tipo di errore,
invece, non riguarda l'operare della scienza in quanto tale ma il
rapporto comunicativo fra la scienza e la società esterna, fra il mondo
degli scienziati e quello dei non scienziati, riguarda il problema della
divulgazione. Questo secondo tipo di errore, che chiamerò esogeno, non è
facilmente correggibile. Quando l'errore endogeno e quello esogeno si
sommano, come talvolta accade, si raggiunge il massimo di incomprensioni
e polemiche fra scienziati e altri rilevanti attori sociali.
L'errore endogeno ha a che fare con i processi che potremmo definire di
"dogmatizzazione" che continuamente si producono nelle comunità
scientifiche. La scienza è un' attività antidogmatica che procede per
tentativi e errori, per ipotesi e confutazioni, e provvisorie conferme,
delle ipotesi. Il suo carattere antidogmatico è la vera virtù della
scienza, il vero motore che sta dietro all'ampliamento della conoscenza
umana che l'attività scientifica determina. Ma gli scienziati sono
uomini in carne ed ossa, hanno limiti e difetti di tutti gli esseri
umani. Anche per questo, nella pratica scientifica quotidiana, si
insinua sovente il meccanismo corruttore del dogmatismo. È naturale, ad
esempio, che uno scienziato, il quale deve carriera e fama scientifica a
una certa teoria, non vi rinunci facilmente. Se altri ricercatori
cominciano a trovare indizi delle debolezze di quella teoria, è
probabile che il nostro scienziato lotti duramente, anche contro le
evidenze sperimentali che si vanno accumulando, per difenderla.
Coadiuvato da scienziati in condizioni simili alle sue.
Le umane
debolezze trovano anche sostegno e alimento in processi di ordine più
strutturale. Nelle varie discipline scientifiche si affermano sovente
teorie che, per la loro intrinseca validità e gli eccellenti risultati
conoscitivi che hanno permesso di raggiungere, assumono col tempo il
carattere di «paradigmi» (espressione che si deve al filosofo e storico
della scienza Thomas Kuhn). Molti ricercatori vengono addestrati a
lavorare all'interno del paradigma. Si sviluppa quella che Kuhn chiama
«scienza normale», l'attività di ricerca, cui contribuiscono
quotidianamente centinaia di scienziati, che si svolge all'ombra della
teoria paradigmatica (di Einstein, di Darwin, eccetera). Paradigma e
scienza normale disciplinano il lavoro degli scienziati e lo indirizzano
verso lo scopo comune di ampliare le conoscenze nel solco della teoria
paradigmatica. Svolgono quindi una funzione positiva. Ma la scienza
normale ha anche un lato oscuro, tende col tempo a favorire un certo
irrigidimento dogmatico. Implica l'esistenza di una corrente dominante,
mainstream: chi sta dentro la corrente ha più probabilità di fare
carriera, ha accesso alle riviste scientifiche importanti, riceve
finanziamenti, eccetera. Mettere in dubbio certi assunti di fondo su cui
si basa la scienza normale, rischia di trasformare lo scienziato in un
eretico, può perfino spingere gli altri scienziati a trattarlo come un
paria. È vero che, spesso, gli scienziati mainstream hanno ragione a
difendersi dagli eccentrici, dai non ortodossi (i ciarlatani, scopritori
dell' elisir di lunga vita, vivacchiano da sempre ai margini delle
comunità scientifiche) ma, qualche volta, non è così. Qualche volta, gli
scienziati mainstream, rifiutando, per pigrizia intellettuale o per il
timore di vedere indebolito il paradigma, di prendere sul serio tesi
nuove o eretiche, recano danno alla scienza. In altri termini, la
scienza normale, pur svolgendo funzioni positive per la ricerca,
contiene in sé anche i germi della degenerazione dogmatica. È istruttivo
il duro (e, per certi versi, anche eccessivo) giudizio di Karl Popper :
«La "scienza normale" nel senso di Kuhn esiste. È l'attività del
professionista non rivoluzionario o, più precisamente, non troppo
critico: del cultore di discipline scientifiche che accetta il dogma
predominante del suo tempo; che non vuole metterlo in discussione (...).
Lo scienziato "normale", com' è descritto da Kuhn, è stato male
istruito. È stato educato in uno spirito dogmatico: è una vittima dell'
indottrinamento» (La scienza normale e i suoi pericoli, 1970, tr. it.
1984).
Però l'errore dogmatico è, col tempo, rimediabile. Data la
natura antidogmatica della scienza, il dogmatismo che talora pervade
scuole e settori scientifici resta fondamentalmente un corpo estraneo.
Non dipende dalla scienza ma dalle debolezze umane degli scienziati.
Prima o poi, è l'attività scientifica stessa, nel suo procedere, a
sviluppare gli anticorpi e a sconfiggere il dogmatismo: nuove evidenze
sperimentali fanno vacillare le antiche convinzioni, il paradigma prima
dominante viene abbandonato o, più spesso, riadattato alla luce delle
nuove scoperte. Accade anche, talvolta, che l'eretico di ieri cessi di
essere considerato tale, che le sue ricerche, un tempo eterodosse,
vengano rivalutate e riprese. La spinta all'irrigidimento dogmatico, a
erigere barriere intorno alla teoria di successo dominante, è
incessante. Ma è forte anche, e alla lunga più forte, la spinta ad
abbattere le barriere. Di solito, nelle questioni di scienza, il tempo è
galantuomo.
Vengo all'errore che ho chiamato esogeno. Riguarda il
rapporto fra gli scienziati e il mondo "laico", dei non scienziati. Mi
riferisco all'insieme di pasticci e fraintendimenti che si determinano
in sede di divulgazione, nel rapporto fra scienza e società esterna. Una
parte di quei pasticci e fraintendimenti non dipende da errori degli
scienziati, ma una parte sì. Togliamo dal quadro il caso delle scienze
sociali (scienza economica compresa) perché qui la complicazione è
ancora maggiore: le scienze sociali, infatti, hanno con la società
esterna un rapporto diverso da quello che con essa intrattengono le
scienze fisiche e biologiche. Le scienze sociali possono esercitare una
influenza diretta, ancorché spesso involontaria, sul loro oggetto di
ricerca (il mondo umano), lo trasformano per il fatto stesso di entrare
in comunicazione con quel mondo: una teoria sociale, una volta divulgata
e conosciuta, può influenzare il comportamento di certi attori sociali
determinando cambiamenti per lo più, imprevisti e imprevedibili nel
proprio «oggetto di indagine». Insomma, il rapporto, poniamo, della
scienza economica con il suo campo di ricerca (l'economia) è
radicalmente diverso da quello dell' astronomia con il suo campo.
Ma
le complicazioni sono forti anche nel caso delle scienze fisiche o
biologiche. A causa del fatto, soprattutto, che la domanda esterna è una
domanda di radicale, perfino brutale, semplificazione. I mass media
rispondono a un pubblico che non potrebbe mai capire le sottigliezze del
discorso scientifico. E, di sicuro, non è in grado di comprendere il
linguaggio necessariamente esoterico della scienza. La richiesta esterna
alla scienza è di divulgare certezze (anche quando non ci sono). Il
risultato di questo processo comunicativo è, spesso, fortemente
distorcente (come hanno mostrato, da ultimo, anche le prime notizie
messe in circolazione sulla questione della cellula artificiale). Si
noti per giunta che le richieste esterne alla scienza riguardano quasi
sempre argomenti (il tema dei cambiamenti climatici è un perfetto
esempio) che dividono politicamente le società. L'intervento richiesto
agli scienziati, anche a dispetto delle intenzioni di questi ultimi, non
è mai neutro rispetto agli interessi e alle ideologie che competono per
la supremazia politica.
C'è poco da fare contro i processi
semplificanti e deformanti delle tesi scientifiche che si manifestano in
sede di comunicazione. Sono connaturati all' opera di mediazione dei
mass media fra scienziati e pubblico. Ma, talvolta, alcuni scienziati
(non tutti, ma alcuni sì) ci mettono del loro per aggravare il problema.
È ciò che ho chiamato errore esogeno. Lasciando da parte i casi di
patente malafede (ad esempio, le accertate falsificazioni dei dati da
parte di alcuni ricercatori che si occupavano di cambiamenti climatici),
tutti gli scienziati dovrebbero avere una chiara percezione del terreno
minato in cui si muovono. Essi devono fronteggiare la critica populista
ma anche non offrire argomenti alla tradizionalista, devono
contrastarne le eventuali invasioni di campo ma anche rifiutare di
partecipare, a loro volta, ad invasioni del campo altrui (non tutti gli
scienziati darwiniani, ad esempio, si sono sempre attenuti a questa
regola). Devono inoltre governare, e tentare di attutire, quelle
distorsioni della comunicazione che non dipendono dalla natura dei mass
media ma dall' errore endogeno, dalle cadute dogmatiche che
periodicamente investono le comunità scientifiche. In generale, devono
essere sempre consapevoli delle drammatiche semplificazioni inerenti
alla comunicazione. Non possono impedirle. Ma possono almeno imporre a
se stessi massima cautela. Ricordo (è un episodio della fine degli anni
Ottanta) un servizio televisivo sul caso delle mucillagini che avevano
appena invaso l'Adriatico. Molti ricercatori intervistati spararono,
con eccessiva sicurezza, varie spiegazioni del fenomeno. Uno soltanto,
con disappunto dell'intervistatore, rispose: «Non so, è un fenomeno
complesso, devo studiarlo». Pensai: forse è proprio lui lo scienziato
degno di maggior fiducia.