Ricerca Scientifica - Galileo
27/02/2009 - L'Osservatore Romano
Flavia Marcacci*
La nuova edizione del «Sidereus nuncius»
Galileo, il perspicillum e il messaggio del cielo
Nell'ambito del Progetto Stoq (Science, Theology and the Ontological Quest) la Pontificia Università Lateranense ha ospitato, nella mattinata di giovedì 26, la presentazione della nuova edizione del Sidereus nuncius di Galileo Galilei, edita dalla Lateran University Press con traduzione e commento di Pietro A. Giustini. Pubblichiamo stralci dell'intervento della curatrice del libro.
Sono due mesi - da quando è iniziato il 2009 - che risuona
ripetutamente sui media il nome di Galileo Galilei (1564-1642).
Motivo: l'International Year of Astronomy, l'anno dell'astronomia,
quattrocento anni dopo l'invenzione del cannocchiale, o meglio,
dell'uso che ne fece Galileo puntandolo verso il cielo. È immediato,
allora, ripensare all'opera che diede chiara fama in tutta l'Europa di
inizio XVII secolo a questo scienziato: proprio nel Sidereus nuncius,
infatti, lo studioso pisano, che amava definirsi fiorentino per via dei
suoi avi, consegnò al grande pubblico i risultati delle sue prime
osservazioni, fatte con il perspicillum, il cannocchiale.
Ci sono testi, nella storia del pensiero, che possono essere
considerati emblematici, come atti ufficiali per segnare la nascita o
almeno l'adeguata identificazione di una disciplina: l'Organon di Aristotele per la logica, gli Elementi di Euclide per la geometria dello spazio, i Principia di Isaac Newton per la meccanica, The sceptical chymist di Robert Boyle per la moderna chimica, Una teoria matematica della comunicazione di Claude Shannon per la teoria dell'informazione, The realm of the nebulae di Edwin P. Hubble per la cosmologia osservativa e così via. Il Sidereus nuncius, l'atto
ufficiale di nascita dell'astronomia in senso moderno, poiché documenta
i risultati acquisiti mediante l'uso di uno strumento quale il
telescopio. Non che prima non si facessero osservazioni, anzi: la
trigonometria tolemaica è ispirata alle osservazioni celesti. Ma il
telescopio permise a Galileo di andare oltre, di vedere cose non
visibili a occhio nudo e non comprensibili entro quadri teorici
classici di riferimento.
Il dibattito su tematiche cosmologiche era già stato avviato nel
secolo precedente, soprattutto in relazione al problema della natura
delle comete e della fluidità dei cieli. Le osservazioni delle comete
del 1577, del 1585 e delle novae
del 1572 e ancora nel 1604 avevano riacceso le discussioni. Si può dire
che tra il Cinquecento e il Seicento si fossero avanzate ipotesi
cosmologiche di vario tipo, cercando di ridefinire concetti come lo
spazio, la materia, il mondo e i mondi. Il cielo era investito di tanti
significati, e di diverso segno era lo sguardo a esso rivolto da
Ficino, Brahe, Rothmann, Palingenio, Patrizi, Bruno.
La partita, insomma, tra modelli alternativi di universo era
ancora tutta da giocare. E un protagonista indiscutibile di questa
partita fu senz'altro il cannocchiale, il perspicillum. È questo il termine che Galileo fa comparire nel frontespizio del Sidereus nuncius: perspicillum,
a indicare ciò che noi, impropriamente, traduciamo con "cannocchiale",
e che invece, nella dizione originale, reca in sé un'abbondanza
semantica sulla quale conviene soffermarsi brevemente.
Perspicillum, da perspicio, che indica un
guardare in profondità, penetrando con lo sguardo la realtà, senza che
essa si sottragga a noi ma, anzi, ci si consegni in un atto di prodiga
fiducia. Il termine "cannocchiale" non trattiene questa sensibilità
semiologica: cannocchiale rimanda proprio ai tratti esteriori di
questo oggetto - una canna, un tubo, una lente, un occhiale - come se
in esso ci fosse la capacità di rappresentazione del solo aspetto
esteriore delle cose. Ma con il perspicillum la pretesa è di
fare qualcosa di più, probabilmente: probabilmente ci si vuole
assicurare la capacità di conquistare l'intimità degli oggetti celesti.
Vorrei allora ripercorrere brevemente i contenuti del volume al
centro dell'evento che oggi ci trova riuniti in questa prestigiosa
sede, per consentire a tutti noi - in
primis a chi questo testo non lo avesse ancora letto - un'occasione di
incontro con le pagine di uno scienziato di fama indiscutibile. Non si
può che iniziare dal profondo sentimento di meraviglia provato da
Galileo di fronte alle straordinarie cose svelate dal perspicillum, meraviglia consegnata già al frontespizio del volume (pp. 78-79): Sidereus
nuncius, magna, longeque admirabilia spectacula pandens, suspiciendaque
proponens unicuique, praesertim vero Philosophis, atque Astronomis, que
a Galileo Galileo. Dunque un annuncio, un messaggio - non un messaggero - un nuncius sidereus,
ovvero celeste, ma anche lucente, scintillante, di bellezza divina. E
tutta questa bellezza Galileo vuol mostrare ad astronomi e filosofi, suspicienda,
nella doppia valenza, in italiano non percepibile, di un guardare che
racchiude un contemplare, ma anche un ipotizzare, un supporre.
E dalle prime alle ultime pagine - ventinove carte, per la
precisione - lo stupore emerge da sé: se pur si potrebbero scorgere
motivi barocchi tipici del tempo, tutta la meraviglia che emerge fin
dal frontespizio non sembra motivata da artifici retorici, bensì
generata dai contenuti che fanno traboccare oltre i confini consentiti
dalla scrittura questa magnificenza. Ciò non stona affatto con
l'immagine del Galileo poeta, data già nel Settecento da Antonio Conti,
e poi ripresa; immagine che trova conferma in altri scritti di Galileo
quali ad esempio il Dialogo.
Ma le sorprese contenute nel Sidereus
sono tutte anticipate già nel frontespizio che abbiamo cominciato a
leggere: la faccia della Luna, non più liscia e levigata ma inaequalem, asperam, cavitatibus tumoribusque confertam
(pp. 96-97) e che Galileo riproduce nelle prime "carte" lunari; il
moltiplicarsi delle stelle fisse e lo svelarsi della Via Lattea, ora
con certezza e senza alcun dubbio, come una congerie di stelle
invisibili a occhio nudo; e infine, appunto, la scoperta più
sorprendente: l'osservazione di stelle ruotanti attorno al pianeta
Giove. Buona parte del Sidereus è dedicata a descrivere le
posizioni di queste stelline, con precisione, con premura, e con
delusione quando dichiara di aver dovuto rinunciare alle osservazioni a
causa di condizioni meteorologiche non idonee.
Già dal 1592 Galileo lavorava presso l'università di Padova, ma sperava di potersi fermare, e dedicarsi a quell'otium necessario per concludere tanti lavori avviati. L'occasione non tardò a giungere proprio in seguito al suo Sidereus:
Cosimo ii de' Medici, del quale era stato precettore, lo chiamò a
Firenze a ricoprire il ruolo di "primario filosofo e matematico del
Granduca". D'altra parte è a Cosimo, nome latino Cosmo, che
aveva dedicato l'opera. In questa dedica, contrariamente allo stile
dominante, emerge l'adulazione, forse l'artificio: Galileo paragona il
nome del Mecenate ai grandi divini dell'antichità che hanno riempito il
cielo con i loro nomi. A fianco di Marte e di Ercole, accanto all'astro
Giulio al cielo sarà aggiunta una trama: quella intessuta dai nuovi
astri, quattro stelle che Galileo aveva scoperto esserci intorno a
Giove, apparse proprio quando - cito - "sulla Terra hanno incominciato
a risplendere le bellezze immortali dell'animo suo" (pp. 82-83).
Soffermiamoci su qualche celebre e suggestivo passaggio: il Sidereus nuncius
è, per eccellenza, il libro della Luna. Galileo vi riporta alcuni dei
suoi disegni della faccia lunare: ancora non possiamo parlare di vere
e proprie "mappe", ma certamente prepararono la strada alla
selenografia poiché sapevano interpretare correttamente le
configurazioni presenti sulla superficie lunare. Prima di leggere
Galileo, vorrei far notare che tre anni dopo la pubblicazione del Sidereus,
era ancora accreditata la teoria di Aguilon, che riprendeva Clearco
dicendo che la Luna era una specie di specchio e le sue macchie oggetti
esterni da essa riflessi. Galileo descrive i movimenti della luce e
dell'ombra sul disco lunare, e li confronta con quanto avviene sulla
Terra al sorgere del Sole (p. 99).
"Ma un aspetto simile abbiamo sulla Terra verso il sorgere / del
Sole quando, non essendo ancora le valli inondate di luce, / vediamo
quei monti che le circondano dalla parte opposta al / Sole ormai
splendenti di luce: e come le ombre delle cavità terrestri, / man mano
che il Sole si innalza, diminuiscono, così anche / queste macchie
lunari, con il crescere della parte luminosa perdono / le tenebre".
È lo stesso paragone che faceva già Dante nel i canto dell'Inferno:
"Ma poi ch'i' fui al piè d'un colle giunto, / là dove terminava quella
valle / che m'avea di paura il cor compunto, / guardai in alto e vidi
le sue spalle / vestite già de' raggi del pianeta / che mena dritto
altrui per ogne calle".
Quei chiaroscuri sono dunque monti e valli, cavità e anfratti. In
via definitiva Galileo chiudeva la strada a quanti ritenevano la Luna
un oggetto celeste dotato di luce propria. Molti secoli prima era stato
Parmenide a esprimere questa idea ricorrendo a una immagine plastica
affascinante (Poema, fr. 14 e 15 ):
"Luce allotria, splendente di notte, vagante intorno alla terra /
Sempre occhieggiante ai raggi del sole". Ora Galileo lasciava che
questo "occhieggiare" della Luna fosse sorretto da prove comprensibili
a tutti.
Il raffronto della Luna con la Terra continua: "Anche un'altra
cosa, che non senza una certa meraviglia ho / notato, non voglio
tralasciare: che il luogo quasi centrale della / Luna è occupato da
una cavità maggiore di tutte le altre e di figura / perfettamente
rotonda: scorsi questa vicina ad entrambe / le quadrature e per quanto
mi fu possibile cercai di riprodurla / nelle seconde figure: essa
presenta, per quanto riguarda l'adombramento / e l'illuminazione, lo
stesso aspetto che sulla Terra la / regione consimile della Boemia
offrirebbe, se fosse chiusa da / ogni parte da monti altissimi e
disposti perfettamente in circolo; / nella Luna infatti è circondata da
così alte cime che la regione / esterna, confinante con la parte
tenebrosa della Luna, si scorge / illuminata dalla luce del Sole, prima
che il limite tra la luce e / l'ombra raggiunga la linea mediana della
stessa figura". (p.109)
Colpisce il paragone con la Boemia, probabilmente esibito dopo aver sfogliato l'edizione Ruscellai della Geografia di
Tolomeo, in un'epoca nella quale l'interesse per la cartografia era
forte, in seguito alle nuove scoperte geografiche. Ma Galileo pretende
di misurare le altezze dei monti.
Galileo aveva già dimostrato la sua abilità a gestire altezze e
profondità nella celebre lezione sull'Inferno dantesco, tenuta
all'Accademia Fiorentina nel 1588, occasione in cui andava a calcolare
dimensioni esatte e profondità dell'Altromondo dimostrando di conoscere
assai bene la geometria solida archimedea. Poteva dunque pensare di
riguadagnarsi il favore dei lettori proponendo analoghe misurazioni.
E ancora, Galileo rende esplicita la ragione di quel fenomeno
oggi conosciuto come "luce cinerea": "questa, seconda / (per così
dire) luminosità della Luna è tanto più grande / quanto meno
questa dista dal Sole; con l'allontanarsi da esso /
diminuisce sempre più" (pp. 120-121).
Dopo aver descritto la Luna, Galileo passa alle nebulose e soprattutto
a quella che considera la scoperta più grande: i satelliti di Giove.
(...) Sembra che voglia rassicurare il lettore, poiché tutto è (e deve
essere) chiaro e comprensibile, non solo sotto l'occhio del telescopio
ma anche agli occhi della mente. Rievocano, questi paragoni, l'uso che,
agli esordi del ragionamento scientifico, il Milesio Anassimene faceva
delle metafore, come quando per rappresentare il movimento delle stelle
in cielo confrontava quest'ultimo ad un berretto, che si fa girare
sulla testa. È diretto, chiaro, immediato Galileo; e questo ovviamente
piacque molto sulle prime. Appena il volumetto fu stampato a Venezia
presso Tommaso Baglioni in sole 550 copie, ci fu una vera e propria
"corsa all'acquisto": e dal 13 marzo, data di pubblicazione, alla fine
di quello stesso mese di copie in vendita non se ne trovavano più. Inutile sottolineare l'impatto e la provocazione che questi
risultati di Galileo esercitarono sugli intellettuali del suo tempo. Se
è credibile l'idea che nelle sue osservazioni celesti Galileo si sia
avvalso di modelli già disponibili - la psicologia della Gestalt porterebbe a dire, per esempio, che la Luna che Galileo vide fu precompresa grazie alla descrizione che Plutarco stilò nel De Facie in orbe Lunae - d'altra parte il cielo era reputato "altro"
dalla Terra. Non serve arrivare a citare le reazioni degli aristotelici
e di quanti rifiutarono anche di porre l'occhio al perspicillum:
basti pensare al carico emotivo riversato nei cieli, tanto più in epoca
rinascimentale quando agli astri veniva vincolato il destino degli
uomini.
Galileo sapeva che avrebbe suscitato clamore, se non vero e
proprio scalpore. Fino a quel momento aveva lavorato principalmente
come matematico, e la sua stessa Cosmografia era
un'esposizione convenzionale del geocentrismo tolemaico. Con
quest'opera lo scienziato pisano usciva allo scoperto. Così Galileo fu
interpellato da tanti intellettuali, e iniziò a volte un vero e proprio
confronto - ad esempio con Keplero, che si produsse nella celebre Narratio de observatis a se quatuor Iovis satellibus dichiarando coerenti le nuove scoperte con la nuova astronomia copernicana - altre volte una vera e propria battaglia, come con un allievo del Magini, Martino Horky, autore di una Brevissima peregrinatio contra Nuncium Sydereum.
Ed ancora Roffeni, i Padri del Collegio Romano, Sizzi e Lagalla. Ci fu
persino un tentativo di plagio, da parte di Mayr con il suo Mundus Juvialis.
Mentre ancora infuriava la polemica, le scoperte di Galileo non
erano destinate a finire: le macchie del Sole, gli anelli di Saturno -
che inizialmente pensò tricorporeo - le fasi di Venere. E ancora, le
osservazioni di Marte e Mercurio, e la composizione della prima tavola
dei moti medi di Giove. Intanto, però, il clamore era stato sollevato.
La querelle
strettamente scientifica continuerà a lungo, se pensiamo che, ancora
nella sua tarda età, Galileo si confrontava circa la luminosità della
Luna con Fortunio Liceti, il quale riteneva che fosse una sorta di
fluorescenza.
*Pontificia Università Lateranense
segnalato da: Saul Garavaglia
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