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Nel 1978, in un testo edito da Città Armoniosa e intitolato Saggi sul problema religioso, il famoso fisico teorico, epistemologo e teologo recentemente scomparso, confrontava il «mondo di metodologie e di pensieri» delle scienze con quello delle religioni. Il suo scopo era dimostrare che «una rappresentazione globalmente razionale» della realtà naturale conduce sempre a una «frontiera» della conoscenza che costituisce un «problema religioso». In particolare, studia i nessi tra la struttura teorica del pensiero scientifico e la struttura teorica delle religioni. In questo quadro, il brano che riportiamo assume una valenza profetica: analizzando un aspetto tipico della cultura occidentale, lo sviluppo scientifico e tecnologico, aiuta a ritrovare le coordinate delle difficoltà attuali nei rapporti tra la nostra società e quelle di matrice islamica.
Un dettaglio che va attentamente esaminato, nell'insieme del sistema religioso dell'Islam, è quello che esso esprime a proposito della causalità fisica e, in definitiva, a proposito delle scienze naturali. L'unicità di Dio e del suo attributo di Creatore è intesa nel senso che, in realtà, non esiste altra causa se non Dio.
Anche per le opere umane, il mussulmano deve dire che esse sono opere di Dio, magari con una formula come «Dio le crea e l'uomo le fa», che è una sostanziale negazione di una libera causalità attribuibile all'uomo. A maggior ragione, ciò deve ripetersi per le cause nemmeno apparentemente libere, come sono le cause naturali. Anche quelli che sembrano effetti delle cosiddette cause naturali devono essere in realtà creati da Dio, come le stesse cause in questione.
Per spiegare l'uniformità che, almeno apparentemente, scopriamo nel mondo, il mussulmano ricorre alla formula per la quale Dio «ha l'abitudine» di creare gli effetti susseguenti come se fossero effetti conseguenti delle cause naturali, che in realtà non esistono. Come si vede, è una concezione del mondo analoga a quella che nella filosofia occidentale fu detta «occasionalismo», per esempio quello di Malebranche.
Appare evidente l'incompatibilità dell'ortodossia mussulmana con le scienze naturali intese come ricerca e analisi delle cause naturali, perché allora queste scienze sono intese dall'ortodossia mussulmana come antagoniche al fatto della unicità dell'attributo di Creatore eternamente proprio a Dio. In sostanza, non esiste per l'Islam né la possibilità né la necessità né il bisogno di razionalizzare il mondo, specialmente il mondo fisico.
Quindi, per il mussulmano, l'accettare la possibilità o l'esistenza di scienze come la fisica, la chimica, la biologia e così via, è un porsi su una qualche linea eretica e quindi un porsi in una situazione almeno emotivamente irregolare. Perché, per il mussulmano, l'attaccamento, anche fanatico, all'Islam è soprattutto emozionale, è «fede» con una forte componente sentimentale inclusa quella nazionalistica, in rapporto col «libro», il Corano, parola diretta di Dio, sul quale egli ha imparato a leggere e a scrivere e ad amare Dio e la società dei credenti, accomunati dalla fede in una società di privilegiati per la fede, una fraternità mondiale di credenti.
Ora è piuttosto chiaro che una tale situazione mentale, qual è il rifiuto delle scienze naturali, esige la permanenza del «popolo» della società mussulmana in un determinato livello culturale, livello che diremmo prescientifico, in cui l'unica scienza è il Corano, trasmesso con amore e fedeltà. Questo non significa che, in un ambiente islamico, non potessero nascere le scienze naturali. Anzi, ci fu una lunga epoca in cui, per esempio, l'Algebra e la Medicina dei paesi islamici (per esempio, allora, la Spagna), erano ben superiori a quelle dei paesi cristiani, i quali finirono per andare a scuola nei paesi islamici. Ma gli uomini delle scienze islamiche dovettero ricorrere a ogni sorta di ripieghi per evitare che l'antinomia tra le scienze e l'Islam degenerasse in un sospetto d'eresia. Ma quando l'evolversi della storia porta qualcuno, cresciuto in ambiente islamico, a contatto o addirittura in collaborazione con una società «scientifica» o «tecnicizzata», come quelle del mondo occidentale o dell'est, cioè con una società dove è essenziale l'accettazione globale della razionalità del mondo, reso prevedibile dal fatto di conoscerne le leggi e di poterle manipolare, allora, in alcuni casi, si verificherà un tentativo di rifiuto, da parte dell'eredità islamica, e di resistenza alle nuove condizioni, oppure e più generalmente si avrà un tentativo dell'Islam di adattarsi alle nuove condizioni ponendo la religione in un accordo o in un non disaccordo tollerabile con le nuove condizioni storiche.
«La maggioranza dei mussulmani colti che ricevono un'educazione occidentale, dimorando a lungo in Europa o in America (o nei paesi dell'est), sembra essersi adattata ad una posizione di semplice rispetto e di affetto per la religione avita, che è ritenuta anche mezzo efficacissimo di affermazione nazionalista. In essi certo fermenta ancora l'eredità dell'antico fanatico attaccamento all'Islam. Ma il contatto con la civiltà nuova, l'influenza del razionalismo, hanno mutato spesso la vera e interna fede. Non si delinea in essi perciò con forza sufficiente il bisogno di portare in accordo le credenze professate e non sentite (più) profondamente, con i progressi delle scienze e della filosofia: le due sfere d'interessi, sostenuta ognuna da forze assai diverse, si toccano senza confondersi.
Il popolo, però, non sente il problema e la sua fede ingenua lo raggruppa intorno alla intransigenza conservatrice degli Ulema.» Di conseguenza, tra il quieto fanatismo del «popolo» fossilizzato in una specie di medioevo islamico e l'atteggiamento di puro legame nostalgico con una concezione religiosa che si rispetta ma non si accetta più, da parte di una più o meno vasta classe colta di origini islamiche ma profondamente «tecnicizzata», è possibile in linea teorica una «differenziazione» di fatto, quando sia il popolo come la classe colta entrano nell'area di una civiltà tecnica con tutti i sottintesi che essa comporta.
Ci sono già adesso scienziati, anche di molta fama, di origine islamica. Ma ci sono stati e ci sono ancora molti mutamenti nelle condizioni socio-economiche di molte popolazioni islamiche, che possono suggerire come possibile, a scadenze più o meno lunghe, l'avverarsi di quella differenziazione. Si pensi alla Turchia, alle regioni con popolazioni islamiche in URSS e nella Cina, al Medio Oriente e all'Africa del Nord, dove il petrolio importa sì petrodollari, ma anche tecnici e tecnologie e il bisogno di impararle.
E forse occorrerebbe un profeta per sapere che cosa accadrà da questa reazione tra l'Islam e le tecniche.
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