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Il progetto consisteva nello stabilire tre tipi di mappe: fisiche, genetiche, di sequenze. Si trattava di applicare un insieme di tecniche straordinariamente efficaci per sezionare il genoma in migliaia di piccoli frammenti, conservarli come cloni che si replicano in microrganismi (librerie genomiche) e che si dovevano sequenziare e ordinare, come un enorme puzzle, con l’aiuto dell’analisi informatica e di alcune strategie sperimentali enormemente ingegnose. Tralasciando le spiegazioni tecniche dell’approccio sperimentale per la costruzione delle mappe dei geni e delle sequenze proprie del genoma, basta segnalare che l’immenso lavoro che si sarebbe dovuto affrontare a partire dal 1990 si fondava su un buon coordinamento degli sforzi e sullo sfruttamento delle risorse offerte dalle due grandi rivoluzioni tecnologiche della fine del XX secolo, la biologia molecolare e l’informatica.
Il lavoro fondamentale coinvolgeva sedici istituzioni, la maggior parte negli Stati Uniti. Il progetto fu pianificato in due tappe, di cui la prima si doveva cominciare alla fine del 2001 il cui culmine fu una «bozza» (working draft) del genoma. È giusto sottolineare che sia l’iniziativa, sia l’85% della realizzazione del progetto sono stati americani. Dobbiamo anche segnalare che i lavori sono stati accelerati, in parte per la competizione con un progetto parellelo di iniziativa privata diretto da Craig Venter e sviluppato dal gruppo Celera Genomic, nel quale si adottarono strategie di analisi che davano la priorità a certe regioni del genoma che ospitano i geni di maggior interesse. Altro fatto di grande importanza è che i progressi nella conoscenza sono via via resi pubblici in tempo reale e in forma ordinata in un grande centro di dati consultabile in Internet ( http://www.ncbi.nlm.nih.gov/genome/seq).
Il 23 ottobre 1998, Francis S. Collins, direttore del consorzio pubblico del Progetto Genoma Umano pubblicò un articolo sulla rivista Science in cui faceva un bilancio dell’avanzamento del progetto e una previsione sul futuro per gli anni 1998-2003. Nell’articolo esprimeva il suo ottimismo per l’esistenza di un’efficiente organizzazione e per il buon avanzamento degli obiettivi previsti all’inizio del progetto che erano stati ampiamente coperti.
Alla fine del 1999 la rivista Nature pubblicò la sequenza completa del cromosoma 22, il più piccolo del genoma, che è portatore di circa 33 milioni di coppie di basi e contiene l’informazione di circa 3 000 geni.
L’8 maggio 2000 la stessa rivista pubblicò la sequenza del cromosoma 21 di grande rilevanza per la sua implicazione nella sindrome di Down e in altre malattie umane. Dopo solo un mese, il 6 giugno, si annunciò la conclusione della «bozza di lavoro» in una conferenza stampa alla Casa Bianca, nella quale giocò il ruolo di anfitrione il presidente Clinton e a cui parteciparono i responsabili dei due programmi: Francis Collins rappresentava il consorzio pubblico e Craig Venter la compagnia privata Celera Genomics.
Alcuni mesi più tardi, nel febbraio 2001, le prestigiose riviste scientifiche Nature e Science, rispettivamente inglese e americana, dedicavano un numero speciale per pubblicare articoli sui risultati delle analisi del nostro genoma e le principali caratteristiche della sua organizzazione. La presentazione si fece in una serie di conferenze stampa nelle capitali dei paesi che più attivamente avevano partecipato al progetto.
Il genoma che da allora conosciamo è relativo al sequenziamento dei circa 3 000 milioni di coppie di basi contenute nel nostro genoma, però contiene alcune ambiguità e piccoli «buchi». Si tratta ancora di una bozza che richiede un lavoro più fine che dovrà essere terminato alla fine del 2003.
Come abbiamo detto, il Progetto Genoma Umano implicava anche l’avvio di progetti genoma relativi ad altre specie. È importante indicare che attualmente si è conclusa la fase di genomica strutturale di una quarantina di specie batteriche, tra cui la più rappresentativa è quella del bacillo Escherichia coli. Si è anche completata la conoscenza di altri genomi: del lievito Sacharomyces cerevisiae, del verme nematode Caenorhabditis elegans, della pianta crucifera Arabidopsis thaliana; inoltre sono in fase molto avanzata i progetti relativi al genoma del moscerino della frutta Drosophila melanogaster e del topo Mus musculus. Tutte queste specie si considerano modello di differenti sistemi di organizzazione biologica e serviranno per rivelare molti aspetti di tipo e funzionale e evolutivo di grande interesse in biologia.
L’importanza del Progetto Genoma Umano per la scienza
Tutto ciò che concerne il Progetto Genoma Umano è stato sopradimensionato e esagerato già dal primo momento della sua attivazione, quando si cominciarono a utilizzare termini come «pietra filosofale» della vita, o quando si collocava il progetto in ciò che si cominciò a chiamare big-science. La realtà è ben diversa e il progetto, alla frontiera delle sue applicazioni, è più ricco di tecniche che di idee visto che parte da un argomento semplice e riduzionista: frammentare il genoma in migliaia di pezzetti, isolare i frammenti, moltiplicarli inserendoli in cromosomi artificiali o in altri veicoli di replicazione autonoma dentro microrganismi e studiare le sue sequenze così da ricomporre l’insieme e studiare il significato genetico di ciascun componente. Si tratta quindi di disintegrare un genoma di circa 3 000 megabasi in parti piccole e maneggiabili da cento, mille basi, per poter procedere all’analisi individuale e in seguito alla reintegrazione, interpretando il significato e la logica di ciascuna parte.
È evidente che questo noioso e complesso lavoro ha richiesto molta più tecnologia che idee. Il Progetto Genoma Umano deve considerarsi big-technology prima che big-science.
Lo studio del nostro genoma può aiutarci a capire come siamo, qual è la nostra origine evolutiva e quali sono le nostre differenze formali e materiali con gli altri esseri viventi, ma non sarà tanto facile spiegare quello che siamo né capire il significato della nostra presenza nel mondo. A volte, contrariamente a quanto sostiene Francis Crick nel suo saggio ¿Ha muerto el vitalismo?, con la sola analisi delle sequenze del DNA del nostro genoma si mantengono aperti molti più interrogativi di quelli a cui si può pensare di trovare una risposta.
L’autentico valore del Progetto Genoma Umano consiste nella soluzione di problemi di base di grande importanza in questo campo della scienza e nelle sue potenziali applicazioni. Uno degli aspetti di maggior interesse è il contributo alla risoluzione dei grandi interrogativi riguardanti l’evoluzione. Dato che tutte le specie, tutti gli esseri viventi, sono in relazione per l’origine evolutiva comune, i genomi racchiudono, scritti nelle loro sequenze, segni del passato evolutivo. Le sequenze di geni che svolgono funzioni equivalenti, però presenti in specie diverse, devono mostrare distinti gradi di somiglianza. Due specie qualsiasi saranno tanto più strettamente imparentate quanto più esiste somiglianza tra i loro genomi. Questo ha aperto le porte alla «genomica comparata» che permetterà di conoscere la storia evolutiva di gruppi di specie. Si apre così una nuova tappa della genetica evolutiva, quella dell’«archeologia molecolare» che cerca di descrivere la storia evolutiva dei genomi.
Inoltre, i progetti genoma permetteranno di approfondire la conoscenza dell’espressione genica, di comprendere meglio i processi di differenziazione cellulare e dello sviluppo in termini molecolari, di valutare la diversità genetica della nostra specie a livello degli individui, delle popolazioni, eccetera.
Un tema che ha suscitato un grande interesse e esercita una speciale attrazione per la biologia è quello che potremmo chiamare «paradosso del numero dei geni» cioè l’apparente mancanza di relazione tra il numero dei geni di una determinata specie e quello che si suppone dovrebbe possedere in relazione alla sua posizione nella scala evolutiva o alla sua apparente complessità biologica. Le ricerche sul nostro genoma indicano che il numero dei geni è a dir tanto di circa 39 000, e questo non sembra giustificare la nostra posizione privilegiata nella scala evolutiva. Questo numero di geni sembra basso a confronto con quelli contenuti in altre specie che supponiamo inferiori (si veda la tabella a pagina 11). Quello che possiamo dire, in accordo con i dati disponibili dalla genomica funzionale di diversi organismi, è che importa di più il modo di utilizzare l’informazione delle sequenze geniche per la sintesi delle proteine e probabilmente le interazioni e le integrazioni tra le regioni codificanti piuttosto che il loro numero più o meno alto. Infine, quello che a volte più interessa all’opinione pubblica è che mediante il Progetto Genoma Umano si arrivino a risolvere problemi di salute. In effetti ci sono tre campi della medicina che trarranno vantaggi immediati dalla conoscenza del nostro genoma: la diagnostica, la terapeutica e la farmacologia. La conoscenza della base genetica delle malattie ereditarie permetterà di mettere a punto prove di laboratorio per il rilevamento di alterazioni nella sequenza del DNA e perciò di diagnosticarle persino prima della loro manifestazione o già nelle prime tappe dello sviluppo embrionale. D’altro canto, a partire dalla conoscenza della base molecolare delle alterazioni dei geni si possono sviluppare protocolli di terapia genica che permetteranno di curare alcune malattie mediante l’inserzione di sequenze geniche corrette nel genoma del paziente portatore di geni alterati. Allo stesso modo, la conoscenza delle sequenze dei geni e la possibilità di isolarli, o di isolare sequenze codificanti implicate in numerose e diverse funzioni, permette applicazioni di ingegneria genetica: inserirli in cromosomi artificiali o in plasmidi batterici per la clonazione e espressione in microrganismi, lieviti o in piante o animali transgenici. In questo modo si possono ottenere proteine umane di interesse farmacologico (ormoni, insulina, fattori di coagulazione eccetera) in altri esseri e su grande scala.
Il Progetto Genoma Umano ha ripercussioni importanti per l’uomo per la natura stessa delle sue potenziali applicazioni. Francis Collins, fin quasi dall’inizio del progetto, spinse lo sviluppo di un programma internazionale denominato ELSI (acronimo inglese delle Implicazioni Sociali, Legali ed Etiche) per cercare di analizzare le conseguenze per l’uomo e la natura in tutti gli aspetti: filosofici, etici, sociologici, teologici, economici e giuridici. Si tratta di studiare numerose questioni che pongono sfide importanti alla società. Così, a partire dalla conoscenza delle sequenze implicate nelle malattie, si pone il problema della liceità di concedere brevetti per lo sfruttamento commerciale delle sequenze a fini terapeutici, o quello delle interazioni con le compagnie di assicurazioni che potrebbero pretendere di utilizzare la conoscenza del rischio di contrarre una malattia ereditaria per stabilire le tariffe nelle polizze di assicurazione sulla vita o altre, eccetera.
La società moderna si trova davanti a una doppia logica che può creare polemiche. Da una parte c’è la logica del sentimento, che fa del desiderio una meta irrinunciabile e dall’altra parte quella della tecnica che non sembra disposta a rinunciare a nulla di ciò che è possibile. Non possiamo obiettare nulla rispetto agli immensi benefici per la scienza della biologia derivati dalla conoscenza del nostro genoma in tutti gli aspetti fondamentali segnalati in precedenza. Tuttavia le manipolazioni genetiche che conducono alla correzione delle malattie, possono ispirare altre applicazioni eticamente discutibili. Questa possibilità si rinforza in connessione con l’altra grande innovazione biotecnologica che comporta la clonazione e la manipolazione degli embrioni umani. Al di là dei progressi scientifici e delle possibilità tecnologiche, esistono principi etici irrinunciabili che spingono a tracciare un limite tra ciò che è tecnicamente possibile e ciò che è eticamente accettabile.
Chi può decidere ciò che è desiderabile e ciò che non lo è? Rispetto a una malattia lo sappiamo, ma chi frenerebbe l’ingegneria genetica con scopi differenti da quelli di correggere una malattia? Qualsiasi divergenza rispetto a una pretesa norma aprirebbe la via a equivoche giustificazioni come fondamento per definire il concetto di malattia. D’altra parte l’originalità dell’individuo e l’imperfezione sono proprie della natura umana. Se si volesse definire l’uomo in accordo a una norma immaginaria per manipolarlo geneticamente in modo conforme a essa, si agirebbe contro la legge fondamentale dell’uomo e si rovinerebbe profondamente la sua dignità.
In accordo con l’articolo 10 della Dichiarazione Universale sul Genoma Umano e i Diritti Umani dell’UNESCO, votata dai delegati di 186 paesi a Parigi nel 1997: «Nessuna ricerca o sua applicazine relative al Genoma Umano, in particolare nella sfera della biologia, della genetica e della medicina, potranno prevalere sul rispetto dei diritti umani, delle libertà fondamentali e sulla dignità umana degli individui, o dei gruppi umani».
Senza dubbio la maggior polemica è suscitata da ciò che è in relazione con la clonazione e vorrei insistere nell’esistenza di alcuni principi fondamentali, unanimemente riconosciuti e complementari: il «rispetto della vita umana», che inizia nel momento stesso del concepimento, appartiene all’ordine dell’oggettività, e deve servire come punto di riferimento in qualsiasi decisione etica, e il «principio dell’autodeterminazione» della persona, che rimanda al dominio della soggettività ed è il motore di qualsiasi atto morale. La scienza nella quale crediamo genera conoscenze oggettive e incontrovertibili basandosi su dimostrazioni empiriche, ma il comportamento delle persone obbedisce a impulsi soggettivi di ordine morale. Non è pertanto la scienza che deve essere condannata di fronte a determinati comportamenti o possibilità di applicazione, ma le decisioni che ai confini delle verità oggettive generate dalla scienza entrano nell’ambito dell’azione delle persone come esseri liberi.
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