ESPLORATORE DI PAESI IGNOTI

di Maria Cristina Speciani e Anna Carelli

Ardito Desio, nato a Palmanova il 18 aprile del 1897, è scomparso il 12 dicembre 2001. La passione per l’esplorazione, vissuta intensamente lungo la storia del XX secolo, gli ha permesso di sviluppare in modo originale la sua attività di geologo e di influire profondamente anche nel mondo scientifico e accademico italiano. Gli autori ripercorrono questa avventura, nota ai più per le imprese alpinistiche compiute durante le spedizioni da lui guidate, la più famosa la conquista del K2, portando alla luce gli aspetti che hanno caratterizzato la sua ricerca e hanno accompagnato la sua opera di divulgazione e formazione.


Nel 1922, agli inizi della sua attività come geologo, Desio scriveva all’amico Giotto Dainelli, docente di Geografia a Pisa: «Questa vita girovaga mezzo alpinistica e mezzo marinara esercita su di me un'attrazione grandissima. Mi pare che se per tutta la mia vita dovessi girare il mondo studiando e lavorando anche a costo delle più gravi privazioni e dei più aspri sacrifici sarei l'uomo felice. Ho grande fede nell'avvenire e nelle mie forze e l'entusiasmo per i nostri studi certo non mi manca: vivere non est necesse, navigare est necesse!». E negli ultimi anni della vita, così concludeva la sua autobiografia: «La Scienza, ha scritto un grande filosofo, è ricca di dubbi, di interrogativi, ma provvida di doni. Io ho beneficiato largamente di tale esperienza.» Abbiamo scelto le sue parole per delineare l’avventura di una vita in cui la domanda di conoscenza, unita alla passione per l’esplorazione dell’ignoto, ha dettato i passi di un metodo scientifico che si è sviluppato a tutto campo e ha avuto importanti ricadute nella società italiana del Novecento.
Desio, per lunghi anni decano dei giornalisti scientifici, ha pubblicato una immensa quantità di articoli divulgativi in cui, accanto a suggestive descrizioni delle esperienze compiute durante le esplorazioni, si è sempre preoccupato di comunicare i risultati scientifici man mano acquisiti. Così, la sua «avventura scientifica» si può ricostruire attraverso i suoi scritti: centinaia di articoli, sia scientifici sia divulgativi, pubblicati nell’arco di settant’anni su riviste nazionali e internazionali, nonché alcuni volumi autobiografici in cui le sue ricerche geologiche e geografiche si uniscono al suo desiderio di avventura e di conquista.
Aveva, già dall’inizio, (1921) le idee chiare: «È necessario che chi scrive per il pubblico sia in grado di dare delle nozioni, sia pure semplici e sommarie - anzi, proprio così - ma soprattutto corrette.» Ma descriveva nei dettagli le osservazioni compiute, corredava i suoi scritti con disegni e schemi e discuteva le conclusioni confrontandole con i dati conosciuti (solitamente pochi). Arrivava a specificare nei particolari gli strumenti e le tecniche usati per le misurazioni e i rilievi: per esempio, in una nota scriveva: «anche di questo lago, come degli altri descritti, eseguii un rilievo spicciativo con la cordella metrica e una bussola topografica. Senonché nel riportare in bella il rilievo trovai degli errori nella misura degli angoli per cui la poligonale rimaneva aperta. C’è da dubitare che delle piccole masse di ferro contenute nelle formazioni scistoso-cristallline abbiano deviato l’ago della bussola.»
Alcuni aspetti del suo modo di fare ricerca e di comunicarne i risultati si possono desumere dalla Prefazione alla Geologia dell’Italia, pubblicata nel 1973. Desio dichiarava nelle prime righe, con grande umiltà e semplicità, gli scopi del lavoro: «un’opera eminentemente documentaria, che non ha la pretesa di apportare innovazioni o introdurre novità nelle nostre conoscenze». Più avanti si correggeva, lasciando trapelare l’orgoglio di aver compiuto un’opera di grande portata per la quale aveva ottenuto la collaborazione di ben 113 studiosi italiani, i migliori conoscitori della geologia regionale fino a tutto il 1968: « ho ritenuto che fosse adatto un volume com’è questo, con tanti collaboratori, per celebrare il centenario del Comitato geologico che nella sua non facile vita ha annoverato fra i suoi membri i più bei nomi della geologia classica italiana.»


I primi lavori: le ricerche glaciologiche

Negli anni del liceo, Desio aveva scalato quasi tutti i monti delle Alpi Orientali, dal Monte Canin (2585 m) al Monte Coglians (2780 m); sui ghiacciai delle stesse montagne, negli anni Venti, inizia la sua ricerca geologica, con caratteristiche metodologiche che accompagneranno tutto il resto della sua attività scientifica.
«Poche sono le notizie bibliografiche che si hanno sul ghiacciaio del Montasio e si può dire che fino al giorno d’oggi non ne era conosciuta ancora con certezza l’esistenza.» Così scriveva nel 1921 evidenziando lo spunto iniziale di tutte le sue esplorazioni: l’urgenza di conoscere e il gusto dell’ignoto.
Gli articoli pubblicati tra il 1920 e il 1926 hanno tutti come titolo Osservazioni…: l’approccio è, innanzitutto, di tipo descrittivo, una osservazione attenta, una descrizione minuziosa che teneva presente tutti gli aspetti dei territori sconosciuti che andava esplorando. Il primo passo era «vedere tutto quello che c’era», il secondo la raccolta di tutti i dati rilevabili: gli articoli sono ricchi di dati e misurazioni e di confronti analitici tra le realtà studiate (di tipo morfologico, geologico, meteorologico, poiché tutto lo interessa). Risale a questo periodo la redazione delle prime carte sotto forma di schizzi topografici, completati dalla registrazione degli elementi geografici; arriverà poi la ricostruzione di sezioni geologiche e di sintesi geologico morfologiche. Come dichiara in un articolo del 1925, da un approccio analitico-descrittivo si passa progressivamente a un livello sintetico: «Esaminerò dapprima la distribuzione dei vari terreni e la loro attribuzione cronologica, poi la tettonica e infine le relazioni tra la struttura geologica e la morfologica, ossia la geomorfologia.»


Le spedizioni nei luoghi ignoti del mondo

Oggi la superficie del nostro pianeta è osservabile, in tutti suoi particolari, dai satelliti e sembra quasi impensabile che, nella parte centrale del Novecento, esistessero migliaia di chilometri quadrati totalmente inesplorati e accessibili con enormi diffcoltà. Invece, in quel particolare periodo storico, le spedizioni di Desio furono organizzate principalmente per identificare le caratteristiche di territori fino ad allora quasi sconosciuti.
Come dimostra la cartina a fianco, i suoi viaggi principali ebbero come meta dapprima l’Africa, nelle aree conquistate dall’Italia tra la prima e la seconda guerra mondiale, poi l’Asia, e in particolare l’impervia catena del Karakorum, con lo scopo tenacemente perseguito di realizzarne l’esplorazione scientifica. Nell’arco degli anni tornò più volte negli stessi luoghi, approfondendo ogni volta la ricerca con gli strumenti, le tecniche e i mezzi che il progredire della tecnologia metteva man mano a sua disposizione.
Le spedizioni in Africa, iniziate nel 1926 per incarico della Società Geografica Italiana, ebbero come obiettivo l’identificazione di aspetti morfologici e geologici dei territori: Desio compilò la prima carta geologica della Libia e scoprì importanti falde acquifere nella Gefara occidentale. Nel 1931 percorse circa 4000 chilometri, 3000 dei quali con cammelli o a piedi, riportando in Italia cinque casse di materiali litologici e paleontologici, esemplari zoologici e botanici e molte fotografie relative al paesaggio e agli abitanti.
Anche dopo la seconda guerra mondiale continuò la ricerca di acqua nel sottosuolo per il governo libico e affiancò, come consulente, alcune compagnie petrolifere americane.


Nel «paese delle meraviglie»

Dal 1929 fino agli ultimi anni della sua vita, l’attività di Ardito Desio fu dominata dalle più alte montagne della Terra, situate nella catena del Karakorum e in particolare nel bacino del Baltoro: un «paese delle meraviglie» popolato da 39 cime superiori a 7000 m d’altezza di cui allora solo quattro erano state raggiunte.
Desio aveva partecipato come geografo e geologo a una spedizione del 1929, guidata dal Duca di Spoleto, il cui programma scientifico era stato drasticamente ridotto a causa del drammatico epilogo della spedizione di Umberto Nobile al Polo Nord. Tuttavia, rendendosi anche indipendente dalla carovana principale, Desio aveva esplorato numerose valli percorrendo, tra difficoltà e fatiche indescrivibili, ghiacciai e valichi fino allora sconosciuti.
«Finalmente, poco prima delle cinque, incominciò a spuntare di là della sella una cima rocciosa, poi un’altra, poi una serie di cime e di creste. Lanciammo un grido di gioia. Con uno sforzo supremo percorremmo ancora poche centinaia di metri per arrivare al sommo di un ampio dosso di neve [...]. Mentre gli altri si riposavano per un quarto d’ora, eseguii una lettura barometrica, cercai di fissare, con una bussola topografica, la posizione della sella [...] rispetto alle cime circostanti ed eseguii una serie di fotografie. Erano già le sei del pomeriggio quando riprendemmo la via del ritorno.»
Il bilancio scientifico della spedizione fu largamente positivo: la redazione di numerose carte topografiche, il rilievo fotogrammetrico del bacino del Baltoro, l’esecuzione di misure geodetiche e geofisiche, lo studio geologico delle regioni visitate, la raccolta di numerosissimi campioni di rocce, minerali e fossili.
Ma più importante, per l’eco che avrebbe avuto negli anni a venire, fu il fascino che quelle montagne esercitarono su Desio. «Quando risalii per la prima volta il ghiacciaio Baltoro, uno dei maggiori del Karakorum, e mi affacciai un certo giorno alla valle che scende dal K2, rimasi affascinato dallo splendore di quella montagna che si ergeva isolata sullo sfondo del cielo con le sue immani pareti incrostate di ghiacci. Quella visione rimase scolpita per sempre nella mia mente e nel mio cuore […]. Passeranno 25 anni prima che Desio possa cominciare a realizzare il sogno di esplorare a fondo il Karakorum. Le numerose spedizioni che compirà nell’arco di altri 20 anni, (1954, che portò alla conquista del K2; 1955, nel Karakorum occidentale; 1961, nel Badakhshan; 1962 nel Karakorum centrale; 1971 e 1975, nell’Hindu Kush) lo vedranno come promotore (immaginate la difficoltà di procurarsi finanziamenti nel periodo della ricostruzione economica post-bellica), organizzatore, ricercatore e produrranno notevoli risultati grazie alle sue eccellenti capacità organizzative e direttive.
La spedizione del 1954, finanziata dal CNR e dal CAI, aveva due ambiziosi obiettivi: uno scientifico, completare le ricerche iniziate nel 1929, e uno alpinistico, la conquista del K2. Il progetto aveva suscitato perplessità negli ambienti alpinistici, poiché si pensava che l’attività scientifica potesse ostacolare l’impresa alpinistica. Ma Desio volle mantenere il duplice programma, convinto che i costi legati all’organizzazione logistica sarebbero stati meglio ammortizzati. Inoltre, non limitò le ricerche scientifiche alla stretta area del K2, ma programmò il lavoro degli scienziati in aree collaterali durante le fasi più delicate dell’assalto alla montagna.
La spedizione, molto impegnativa anche nell’allestimento (vennero attrezzati nove campi base e vennero impiegati circa 700 portatori), era stata accuratamente preparata nei due anni precedenti. Come tutti sanno, il 31 luglio 1954, Compagnoni e Lacedelli, che facevano parte della squadra di alpinisti (11 membri), raggiunsero la vetta del K2. La seconda squadra, costituita da sei scienziati, raccolse dati e notizie, eseguì rilievi fotogrammetici, geodetici e topografici, effettuò misure di velocità dei ghiacciai, indagini e rilievi geologici, studi petrografici, rilevamenti gravimetrici e magnetici, ricerche etnografiche. «Alla fine del nostro viaggio ho la soddisfazione di dichiarare che, contrariamente alle previsioni pessimistiche, il concetto su cui era stata impostata la spedizione ha dato buoni risultati, sia nel campo alpinistico, sia in quello scientifico. Secondo me, è tutta una questione di organizzazione e di distribuire opportunamente i compiti di ciascun gruppo nel tempo e nello spazio.» Desio si trattenne altri due mesi nel Karakorum per portare a termine le ricerche intraprese: «Non sentivo quasi più la fatica, affascinato com’ero dalla bellezza del paesaggio e dall’interesse dell’esplorazione geologica. Ero felice di viaggiare da solo con i miei bravi portatori baltì che mi si erano molto affezionati e sarei rimasto ancora più a lungo a svolgere le mie ricerche se messaggi dall’Italia non mi avessero richiamato in patria per partecipare alle cerimonie organizzate in onore della spedizione.»


È più alto l’Everest o il K2?

Quando nel 1987, George Wallerstein, dell'Università di Washin-ghton, annunciò che, in base alle misurazioni da lui effettuate con strumentazioni satellitari, il K2 e non l'Everest era la montagna più alta del mondo, Desio, allora ottantenne, ebbe l’idea di fare una verifica sul campo, comparata, tra le due montagne. Riuscì a trovare finanziamenti (dal CNR) e ricercatori e nel 1987 organizzò la spedizione denominata EV K2 CNR. Desio seguì le operazioni da Islamabad, in Pakistan. Per effettuare le misurazioni vennero utilizzati in parte la tecnologia Global Positioning System (GPS), basata sull’utilizzazione dei satelliti, in parte il tradizionale teodolite. Con i suoi 8872 m, 24 in più di quelli tradizionalmente accertati, la montagna più alta risultava essere ancora l'Everest, mentre il K2 si attestava sugli 8616 m, cinque in più di quelli fino allora creduti. Entrambe le montagne, comunque, rivelavano chiaramente la presenza nel tempo di un lento movimento di sollevamento dovuto alla particolare configurazione tettonica di quell'area.
Il progetto EV K2 CNR, ancora per iniziativa di Desio, proseguì con la realizzazione del laboratorio Piramide collocato nel 1990 a circa 5050 m di quota, ai piedi dell'Everest.
Scopo del laboratorio era quello di consentire ricerche multidisciplinari ad alta quota nei campi delle Scienze della Terra (geodesia, geologia, geofisica), delle Scienze Ambientali (meteorologia e inquinamento), delle Scienze Biologiche (fisiologia, psicologia, scienze dell’alimentazione, zoologia, botanica), delle Scienze Antropologiche (etnografia e antropogeografia). Gli studi e le ricerche nella Piramide proseguono ancora oggi.

Nel favoloso regno dell’Afghanistan

I risultati scientifici delle spedizioni nel Karakorum compiute tra il 1955 e il 1975, sono illustrati in un’opera quasi enciclopedica, tutta scritta in lingua inglese «per far conoscere i risultati delle ricerche a un ambiente scientifico più vasto e direi anche più interessato del nostro ai problemi dell’Asia Centrale.»6 Particolarmente interessante fu la spedizione del 1961 nell’Hindu Kush (nell’immagine a lato l’area evidenziata), che si rivelò una zona chiave per interpretare la connessione tettonica tra le strutture del Pamir e quelle del Karakorum. Anche in questo caso il territorio era «inesporato» e l’indagine, allo scopo di chiarire numerosi problemi irrisolti della sua geografia stratigrafica, fu ad ampio spettro. ll programma geofisico, affidato ad Antonio Marussi, comprendeva misurazioni gravimetriche su 63 stazioni (mai eseguite prima del 1961) e magnetometiche; il programma geologico, svolto da Ercole Martina, da Giorgio Pasquarè e dallo stesso Desio, riguardava l’area del Badakshan centrale. Desio riuscì a formare tre gruppi che operarono in prevalenza separatamente così da coprire un’area di circa 5 000 chilometri quadrati. In meno di tre mesi venne completato il rilevamento geologico dell’intera area a scala 1: 100 000. La struttura del volume che racconta le ricerche nell’area, Geology of central Badakhshan, riassume, in modo maturo, le tendenze già evidenziate nei primi scritti di Desio e le caratteristiche metodologiche della ricerca e dell’esplorazione compiuta. Il libro si snoda in diverse sezioni ed è arricchito da Appendici su aspetti paleontologici e petrografici. Dopo l’Introduzione che delinea la geografia del territorio e, in sole quattro pagine, le conoscenze geologiche prima del 1961, c’è una lunga parte descrittiva, dedicata alla stratigrafia e alla geologia, che occupa ben quattro sezioni. La sesta sezione (scritta da Desio) raccoglie considerazioni relative alla interpretazione tettonica dell’area. In anni in cui, dopo grandi dibattiti, comnciava appena a delinearsi la teroria della tettonica delle placche, Desio scriveva: «Il mosaico di blocchi spinto verso nord est può essere paragonato a una lastra di ghiaccio, frammentata in molti pezzi, e trascinata da una corrente in un golfo. Come effetto del movimento dei blocchi, spostamenti orizzontali (faglie trascorrenti) dovrebbero avvenire ai lati, prevalentemente in direzione Sud-Nord, mentre tra essi, pieghe, faglie inverse e sovrascorrimenti dovrebbero formarsi soprattutto in direzione Est-Ovest ma irregolarmente curvate verso Nord. Questo modello sembra adattarsi alla raffigurazione tettonica del Pamir, dell’Hindu Kush, del Karakorum, dell’area himalayana del Kashmir.» Questo studio di Desio, in cui si riconobbe che le zone tettoniche del Pamir erano correlate con quelle del Badakhshan è unanimemente ricordato come il primo tentativo serio per interpretare la struttura tettonica del Badakhshan. .

Maestro tra passato e futuro

Giorgio Pasquaré, allievo di Desio e suo compagno di esplorazione in Afghanistan, ne ha tratteggiato la figura di ricercatore e di maestro.
Un geologo-esploratore capace di osservazioni precise, di descrizioni puntuali e meticolose, in questo una figura di scienziato tipica del primo Novecento, quando talmente vasto e ignoto era il mondo intorno a noi, che occorreva uno spirito di avventura e di sacrificio per scoprirne e spiegarne anche una piccola parte: aveva l’urgenza di «conoscere e descrivere la Terra in un senso geologico estremamente allargato […] il tutto condito da una fortissima attrazione per l’avventura e per il pericolo [...]».
Ma la personalità di Desio era così aperta ad accogliere tutti gli aspetti di un fenomeno (raccoglieva anche materialmente reperti di ogni genere), a identificare il significato che essi assumono nella complessità dei territori esplorati, che non gli poteva sfuggire l’importanza delle nuove piste di indagine che nel corso del Novecento si sono aperte.
Ha intuito con largo anticipo lo sviluppo che avrebbero assunto alcune specializzazioni nell’ambito delle Scienze della Terra: in alcuni casi ha aperto lui strade nuove, ma sempre sui nuovi campi di indagine ha indirizzato con decisione i suoi allievi.
«La spinta esplorativa insita nelle discipline geologiche, la grande ampiezza di confini geografici, metodologici e tematici che questa scienza offre sia nella didattica, sia nella ricerca, sia nella professione»8 sembra essere l’insegnamento principale trasmesso da Desio ai suoi allievi. Molti hanno viaggiato per il mondo, seguendo le sue orme, in nuovi territori, esplorandoli con la stessa determinazione; molti hanno operato in campi applicativi, seguendo le intuizioni di Desio in difesa della geologia come professione.
Desio non era solo un efficientissimo organizzatore (e direttore operativo) delle sue esplorazioni, ma aveva una straordinaria abilità nel riordinare i dati delle sue ricerche, nel divulgarli, trasmetterli e scriverli. Per questo alcune sue pubblicazioni, come per esempio le carte geologiche del Dodecanneso, sono, ancora oggi, documenti di riferimento per i ricercatori che studiano le vicende geodinamiche dell’Egeo.
La determinazione e la pazienza che hanno caratterizzato le ricerche scientifiche di Desio si riconoscono anche nella instancabile opera con cui, tra difficoltà e ostacoli di ogni genere, ha promosso il riconoscimento legale della professione: «[...] un civilissimo ed importante contributo a tutta la comunità nazionale, destinato a porre le basi di una moderna conoscenza della realtà fisica del nostro territorio e di una reale salvaguardia delle nostre popolazioni e dei loro beni».
Per tutto questo, che abbiamo cercato di delineare, possiamo rintracciare nella nostra società l’eredità lasciata da Desio.


Ardito Desio trascorre la prima parte della vita, fino alla conclusione del liceo, nella sua regione natale, il Friuli, dedicandosi con passione alle scalate in montagna. Partecipa alla prima guerra mondiale: all’inizio, giovanissimo, come volontario, poi, iscritto alla Facoltà di Scienze dell'Università di Firenze, come ufficiale nel corpo degli Alpini; preso prigioniero, durante la prigionia riesce a procurarsi libri di geologia e studia imparando anche il tedesco. Conclusa la guerra, riprende gli studi universitari a Firenze, dove conosce personalità che influiscono molto nella sua formazione scientifica e umana: Carlo De Stefani, Olinto Marinelli e Giotto Dainelli. Si laurea col massimo dei voti nel 1920 e inizia a lavorare all'Istituto di Geologia di Firenze. La carriera accademica inizia a Milano, nel 1925, come docente al Politecnico; contemporaneamente è conservatore nella sezione geologica del Museo Civico di Storia Naturale. Nel 1932 vince la cattedra di Geologia, che terrà ininterrottamente fino al 1967, presso la Facoltà di Scienze dell'Università di Milano. Nel 1942 promuove l’attivazione del corso di laurea in Scienze Geologiche a Milano, fra le prime sedi in Italia. Nel 1948 fonda l'Associazione Nazionale dei Geologi Italiani (ANGI) e, negli anni successivi, opera per ottenere il riconoscimento giuridico della professione di geologo: nel 1963, quando nasce l'Ordine Nazionale dei Geologi Italiani, ne è il primo presidente. La sua attività in ambito accademico e disciplinare non ha conosciuto soste e negli anni si è arricchita continuamente dalle esperienze come esploratore, alpinista, cartografo, organizzatore di spedizioni. Le prime esplorazioni glaciologiche sulle Alpi orientali, le spedizioni in Africa e le prime ricognizioni sulla catena del Karakorum sfociano, nel 1953, nell'impresa del K2. Successivamente, per molti anni, Desio continua a girare il mondo: in Afghanistan nel 1961, nel 1962 di nuovo nel Karakorum e in Antartide, in Birmania nel 1966, nel Tibet nel 1980. Novantenne, nel 1987, concepisce e promuove l'ultimo grande progetto, EV K2 CNR, sfociato nel 1989 nel laboratorio Piramide, collocato a circa 5050 m di quota, ai piedi dell'Everest, e ancora oggi utilizzato per ricerche ad alta quota.
È stato autore di oltre 400 pubblicazioni scientifiche e di oltre 400 articoli su giornali o riviste di divulgazione.
Tra i numerosi riconoscimenti: Medaglia d'oro della Società Geografica Italiana, membro dell'Accademia dei Lincei, Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine della Repubblica Italiana, socio onorario di società italiane e straniere.