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Intervista a Mauro Ferrari a cura di Emanuele Cambiaso e Mario Gargantini, Il Sussidiario.net, 23 agosto 2016
È uno dei fondatori della nano/micro-tecnologia biomedicale, in particolare nelle sue applicazioni per la somministrazione di farmaci, il trapianto di cellule, bioreattori impiantabili e altre innovative modalità terapeutiche. Mauro Ferrari è partito da Padova, dove trent’anni fa si è laureato in matematica, per poi approdare dapprima in California, dove si è laureato in ingegneria meccanica a Berkeley e poi in Ohio per frequentare la scuola di medicina presso l’Ohio State University; infine in Texas, dove vive e dove è presidente e ceo dello Houston Methodist Research Institute, direttore dell’Institute of Academic Medicine del Methodist Hospital System ed executive vice president del Methodist Hospital System (Tmhs), oltre che presidente della The Alliance for NanoHealth.
È al Meeting di Rimini, dove era già stato qualche anno fa, questa volta per parlare di come “L’altro è un bene … nella ricerca”. Lo fa raccontando tre storie nelle quali come scienziato non solo ha cercato di applicare la scienza più avanzata per curare, ma ha accompagnato i pazienti in un cammino di ripresa e di crescita umana. L’abbiamo incontrato, in visita allo spazio WHAT, prima dell’incontro, molto partecipato, col grande pubblico.

Nelle nanotecnologie fino a che punto si può parlare di scienza e fino a che punto si può parlare di tecnologia? Stanno forse cadendo le tradizionali distinzioni tra scienza e tecnologia?
Guardando alla storia degli sviluppi scientifici dell’umanità, noi vediamo come le cose più importanti cambiano nell’interfaccia; quindi è ragionevole, quando la conoscenza aumenta in modo esponenziale come adesso, pensare che queste frontiere debbano essere più fluide. Personalmente non vedo una vera utilità nei confini tra le discipline, li trovo addirittura controproducenti e confido che scompaiano. Questo vale anche per la differenza tra scienza e tecnologia; non conosco il confine che le separa, ma mi è lampante il confine tra ciò che è  utile e ciò che è solo fine a se stesso.

Le tecnologie moderne portano all’estremo benefici e rischi: grandi benefici e grandi rischi. Vale anche per le nanotecnologie?
Il mondo delle nanotecnologie non ha delle grandi divisioni disciplinari, e da questo nasce la sua possibilità di beneficio; ma anche dei potenziali rischi. Io amo le cose utili e vedo che le nanotecnologie sono sempre più necessarie in molte situazioni. Chiaramente, considerando la riduzione delle frontiere, bisogna dire che non sono solo le nanotecnologie ma è l’insieme a dare il risultato. Oggi, come testimoniato dalle maggiori riviste di settore, abbiamo speranze molto forti di sconfiggere una parte consistente dei casi di male metastatico, la causa di morte dei molti malati di cancro, e questo è certamente un beneficio.

E per quanto riguarda i rischi ambientali e di salute causati dalle nanoparticelle?
In questo caso il dibattito va avanti da più di vent’anni, ma la realtà è che finora il loro utilizzo non ha mai ucciso nessuno e non ci sono evidenze pubblicate che dimostrino la loro dannosità. Credo quindi che le nanotecnologie siano “benigne” sotto il profilo del rischio e abbiano un’elevata utilità.

Oggi molte tecnologie sembrano volersi spingono oltre i limiti, sembra quasi non ci siano limiti a ciò che è manipolabile dall’uomo; siamo forse in una fase storica qualitativamente nuova nel rapporto tra uomo e natura?
Io non credo. C’è sicuramente un’evoluzione forte, ma non mi sembrano emergere nuovi principi etici, e se questa fosse una fase di trasformazione della scienza dovrebbero necessariamente nascere dei quesiti etici. Tutto ciò che ho potuto osservare è che vengono rinforzate alcune categorie della normale dialettica della scienza, che sono però categorie già esistenti; il fatto che non ne siano nate di nuove mi fa pensare che ci troviamo davanti ad un’evoluzione piuttosto che a una radicale trasformazione della scienza.

È giusto porre dei limiti? E chi li deve porre?
Certo, assolutamente, non solo è giusto, è fondamentale; ha a che fare con la definizione stessa di umanità e di civiltà. Chiaramente si possono avere visioni diverse su quali siano questi limiti, ma fare scienza senza pensare ai limiti è un pensiero, per essere gentile, quantomeno stravagante. Troviamo la nostra guida nella coscienza, la quale deve fare riferimento ai concetti di umanità, civiltà e dignità umana. I limiti vanno posti dalla società, non deve essere solo lo scienziato, che facilmente potrebbe farsi prendere dall’entusiasmo. Lo scienziato non deve mai nascondersi, deve porre i quesiti che ha di fronte, dare la sua opinione e rimettersi infine alla volontà della società che colloca i suoi quesiti in una narrativa di civiltà. Per me che sono ispirato da principi cristiani, i limiti sono molto chiari.

Quali aspetti ed esperienze nella sua vita di scienziato indicano che “tu sei un bene per me”?
Io vivo la scienza come un servizio al prossimo, specialmente dal momento che mi occupo di scienza medica, per me il prossimo è una motivazione, se non credessi nel “tu sei un bene per me” non sarei dove ora sono.