giu 142015
 

Eliana Liotta, Corriere della sera- Sette, 12 giugno 2015
E ora i fisici possono spingersi ancora più indietro nel tempo. Indietro di miliardi e miliardi di anni, vicini all’origine dell’universo. È una rivoluzione, un passo storico. E lo ha appena messo a segno il Cern di Ginevra. Il 3 giugno scorso è rimbalzata in ogni parte del globo la notizia che erano avvenute le prime collisioni tra particelle a un’energia record: sei nuvole di cento miliardi di protoni ciascuna si sono scontrate fino a provocare un miliardo di collisioni al secondo. Che cosa vuol dire? Che si sono ricreate le condizioni degli istanti fatidici successivi al Big Bang, perché più si aumenta l’energia delle collisioni, più si va indietro nel tempo. “Guardando nel mondo primordiale ricostruito all’interno dell’acceleratore Lhc, cercheremo di capire da cosa siano formate la materia oscura e l’antimateria, su cui all’inizio ha avuto il sopravvento la materia di cui siamo fatti, e non sappiamo ancora il perché”, gioisce Fabiola Gianotti, che da gennaio 2016 sarà direttore generale del Cern. “Finalmente potremo affrontare questioni rimaste finora senza risposta”.

Fisici alla riscossa. Prima se ne stavano nei loro laboratori e pochi sapevano che accidenti studiassero. Ma ora sembra che agli italiani sia venuta voglia di spalancare gli occhi sul destino delle stelle o l’ingordigia dei buchi neri. E la laurea in fisica è diventata il nuovo passe-partout per la notorietà. A sorpresa, uno dei libri più venduti di questo scorcio di 2015 è il saggio Adelphi Sette brevi lezioni di fisica, di Carlo Rovelli, responsabile dell’equipe di gravità quantistica all’Università di Aix –Marseille: 15 stampe, nella top ten da molte settimane. A Milano e in altre sei città, Ilaria Zanardi, ricercatrice di biofisica al Cnr, ha organizzato le lezioni degli scienziati al bar davanti a una birra (Pint of Science), a Campobasso si è tenuto il primo Festival dell’astronomia, la relatività generale è stata protagonista del Festival delle scienze di Roma. E in autunno i fisici saranno di casa al salone europeo della ricerca scientifica Trieste Next (dal 25 settembre).

Cambio di rotta. Che succede? “Intanto è cambiato l’atteggiamento degli scienziati”, spiega l’astrofisico Paolo de Bernardis, docente alla Sapienza di Roma. “Cominciamo a sentire come un dovere dialogare con il grande pubblico. E più ci facciamo capire, più cresce l’interesse. Quando parlo a un incontro, non mancano mai le domande. A partire da quella tipica: che cosa c’era prima del Big Bang?”. Ovvio che lo chiedano a lui, De Bernardis è un’autorità in materia: si sono guadagnate una copertina sulla rivista Nature le sue ricerche sulla radiazione cosmica di fondo, ossia la radiazione elettromagnetica che è stata prodotta dall’esplosione iniziale e che ha viaggiato per quasi 14 miliardi di anni fino a noi, regalandoci un’immagine dell’universo bambino. Lui risponde sempre allo stesso modo: “Al momento la nostra conoscenza si ferma un attimo dopo il Big Bang. Poi, niente di male a fare ipotesi”. Una è descritta da Rovelli nel suo saggio: “Il nostro mondo potrebbe essere nato da un universo precedente che stava contraendosi sotto il proprio peso, fino a schiacciarsi in uno spazio piccolissimo, per poi “rimbalzare e ricominciare a espandersi”.

Il mistero delle nostre origini. Gli interrogativi dell’umanità, gli stessi che un tempo si indirizzavano a preti e filosofi: da dove veniamo, dove andiamo. “Siamo esseri curiosi e la fisica muove la nostra disposizione a sondare i confini della realtà, nell’infinitamente piccolo come nell’infinitamente grande”, dice Marco Bersanelli, direttore della Scuola di dottorato in Fisica, Astrofisica e Fisica applicata all’Università degli Studi di Milano. Basta aprire un angolino della mente all’immensità tumultuosa che ci avvolge per risvegliare l’Ulisse che è in noi. Ma la conoscenza a volte è una vertigine. Come i dati recenti della missione Planck, di cui Bersanelli è uno dei principali responsabili: il satellite, lanciato per indagare sulla radiazione cosmica, ha confermato che la materia di stelle, galassie e tutto il mondo conosciuto costituisce solo il 4,9% dell’universo. Il resto è materia oscura ed energia oscura. Oscura perché non ne sappiamo assolutamente nulla. Sembra una favola, dinnanzi a cui torniamo fanciulli. E ogni volta non si tratta solo di leggi o di numeri. Si tratta di noi. “Qui, sul bordo di quello che sappiamo, a contatto con l’oceano di quanto non sappiamo, brillano il mistero del mondo, la bellezza del mondo, e ci lasciano senza fiato”, scrive Rovelli nella chiusa del suo libro.

I laureati? I più bravi d’Italia. Mentre viviamo le nostre vite, c’è qualcuno che alza lo sguardo e, come Bersanelli, magari scopre che in un tempo remoto la luce era prigioniera del magma e che l’universo è rimasto “al buio” per oltre 500 milioni di anni, fin quando sono nate le stelle.

Ricerche del genere richiedono una marcia in più. E in effetti gli studenti di fisica sono cervelloni, è sufficiente dare un’occhiata alle statistiche  italiane del 2013, rielaborate per Sette da Alma Laurea. I laureati magistrali non sono molti (673 contro i 65.329 totali), ma vantano i risultati di partenza e di arrivo più alti: il voto di diploma o maturità degli iscritti è superiore di circa 10 punti percentuali alla media degli altri studenti (94,2 contro 84,6, calcolato su 110), il voto medio alla laurea è di 110,4 (vuol dire che in parecchi hanno 110 e lode). E dopo l’università? Sempre Alma Laurea fornisce le stime per chi resta in Italia: a cinque anni dalla laurea magistrale (2009), il tasso di occupazione risulta dell’88,3% (gli altri laureati sono all’85,9) e il guadagno mensile netto è in media di 1.659 euro (contro i 1.356 euro dei laureati magistrali nel loro insieme). La maggior parte (il 40,7%) lavora nell’ambito della ricerca e dell’istruzione, il 19,7% trova impiego nell’industria.

Non solo ricerca. Come Angela “Il fisico è un risolutore di problemi, per cui può applicare il suo bagaglio di conoscenze e le sue capacità in molti campi”, spiega De Bernardis. “Un certo numero di laureati, per esempio, si dedica alla finanza, per l’ottima capacità di previsione”.

Pochi lo sanno, ma il leader più potente e temuto d’Europa, Angela Merkel, è laureata in fisica. E viene da chiedersi se il rigorismo economico della sua Germania discenda dal metodo scientifico acquisito negli anni passati all’Università di Lipsia. Chissà. Il fatto è che a essere fisico, filotedesco e filorigorista è un altro leader europeo, il neopresidente della Romania Klaus Iohannis. La fisica insegna un approccio alla realtà, un punto di vista, un metodo che da quattro secoli, da Galileo in poi, conferma la sua efficacia e la sua validità. Osservare, sperimentare, verificare. “E’ bello come un giovane viene formato in ateneo, impara la giusta umiltà”, dice Bersanelli. “Noi dobbiamo sottoporre tutti i nostri pensieri al tribunale dell’esperienza, il ragionamento si sottomette alla verifica dei fatti, e questo dovrebbe valere anche al di fuori della scienza. In altre parole: la fisica allena a un modo sano di vedere le cose, a non dare risposte banali, a essere elastici, adattabili, a sapere cogliere velocemente dove sta il nodo della questione”.

Così un fisico piò restare teorico e inseguire minimi e massimi sistemi o applicare i suoi saperi in determinati campi: dall’informatica all’elettronica, dalla meteorologia al risparmio energetico. Riccardo Faccini, per esempio, insegna alla Sapienza, dove si occupa di fisica medica. E’ rientrato a Roma dopo gli anni al Cern spesi a braccare il bosone di Higgs, la cosidetta “particella di Dio”, e al termine di un periodo a Stanford (a capo di un team che ha scoperto il diverso comportamento della materia e dell’antimateria in particelle subatomiche chiamate mesoni B). Oggi, in Italia, destina le sue indagini alla diagnostica. Qualche mese fa ha depositato con un’équipe di ricercatori il brevetto di una nuova tecnica di chirurgia oncologica radioguidata. “L’obiettivo è identificare durante l’intervento residui cancerosi per riuscire ad asportare del tutto il tumore”, spiega Faccini. “In pratica, al paziente viene iniettata una sostanza radioattiva che si lega alle cellule tumorali. Siamo ancora in fase di test di laboratorio, ma la tecnica risulta promettente specie per i tumori cerebrali”. Le ricerche dei fisici possono sviluppare tecnologie di punta che vengono trasferite alla società. Uno dei principali servizi di internet, per dire, il world wide web, è nato nel 1989 al Cern, dove hanno visto la luce anche il metal detector e la risonanza magnetica.

A volte i cervelli rientrano. Come Faccini, a essere rientrata in patria è Sandra Savaglio, in copertina sul settimanale Time, nel 2004, come simbolo dei cervelli in fuga. Esattamente dieci anni dopo, l’Università della Calabria ha deciso di procedere alla chiamata diretta della scienziata come professore ordinario di Astrofisica. E lei non si è fatta pregare. “Tutti mi chiedono se mi sono pentita di aver lasciato un istituto come il Max Planck e un Paese prodigo di finanziamenti per la ricerca come la Germania”, sorride Savaglio. “No, sono felice. Qui ad Arcavacata, alle porte di Cosenza, dove mi sono laureata, c’è un campus universitario che è un gioiellino. E gli studenti mi inteneriscono, hanno più voglia di imparare rispetto ai coetanei americani o tedeschi, perché si rendono conto di essere in una situazione difficile, hanno meno opportunità e quelle che hanno le vogliono sfruttare. Qualche settimana fa ho fatto un’esercitazione, dovevano preparare un talk in inglese. Beh, sono pronti per un workshop internazionale”.

Anche Bersanelli elogia l’Italia: “Nelle facoltà di fisica si respira un’atmosfera internazionale, il livello è altissimo e siamo allineati agli altri Paesi”. All’università degli Studi di Milano, dove ha studiato Fabiola Gianotti, c’è una collaborazione costante con il Cern e con L’Esa, l’agenzia spaziale europea. La facoltà della Sapienza di Roma è al numero 22 della classifica mondiale (edizione 2015 del “QS World university rankings by subject”) e al trentesimo posto c’è la Normale di Pisa. Nella top five figurano il Mit di Boston, Harvard, Cambridge, Stanford, Oxford.

Laboratorio di meritocrazia. Gli atenei sono buoni, per tanti sono rampe di lancio verso un futuro all’estero senza rimpatrio. “Da noi mancano i finanziamenti, non c’è governo che tenga, la ricerca non porta voti”, lamenta Faccini.” Bisogna lavorare sulla diffusione della cultura scientifica”.

Aggiunge Savaglio: “Abbiamo meno soldi e diventa difficile invitare uno scienziato straniero. Poi però chiediamoci per quale motivo Germania o Regno Unito prendano molti più fondi europei. Anche noi paghiamo e riceviamo poco. Le proposte italiane sarebbero di un livello basso, come dice qualcuno? Ma siamo sicuri che sia vero? E poi: è giusto aiutare chi è già avanti e penalizzare chi è depresso? Così non ci si rialza mai”. La politica e la burocrazia ci guadagnerebbero se mutassero l’organizzazione dagli scienziati, ha spiegato Gianotti: “Al Cern siamo una macchina leggera, l’autorità viene dalle idee e non dai gradi. L’idea brillante di un giovane di 26 anni viene premiata. Tutto funziona per merito”. E tra esperimenti e intuizioni la ricerca galoppa. “Io sono rimasto stupito di quanto sia cambiata la conoscenza dell’universo nei miei trent’anni di attività”, nota De Bernardis. “Cose che sembravano fantascienza ora fanno parte delle mie lezioni agli studenti”. Anche noi abbiamo finito con l’accettare la mole di scoperte dell’ultimo secolo. Lo ha scritto Paolo Giordano, balzato dalla laurea in Fisica al Premio Strega con La solitudine dei numeri primi: “Per noi è quasi impossibile pensare all’universo senza contemplarne l’inizio esplosivo, guardare il cielo notturno senza essere da qualche parte consapevoli dei buchi neri incastonati nelle sue profondità. Se anche non abbiamo studiato quelle cose, esse si sono imposte in qualche strato della nostra coscienza”.