nov 082012
 
Africa

IlSussidiario.net, 8 novembre 2012
Quando si è educati a guardare il cielo e a lasciarsi provocare dallo spettacolo della realtà, si trova l’audacia di elaborare progetti che allargano i confini dell’esperienza quotidiana e diventano fattori di costruzione. Anche nelle nostre scuole, sempre più schiacciate tra un nozionismo di ritorno e le fughe in avanti della didattica hi-tech. È accaduto nella indaffarata Brianza e ha raggiunto il centro Africa.

Nel settembre 2009 l’associazione Albatros, che riunisce in rete numerosi Istituti scolastici della Brianza, e l’Associazione Euresis hanno avviato un progetto consistente nella riduzione e adattamento della mostra “A che tante facelle? La Via Lattea tra scienza, storia ed arte”, presentata al Meeting di Rimini 2006 a cura della stessa Euresis. Il progetto ha coinvolto sei Istituti scolastici della Brianza: il Liceo Majorana e l’ITIS Fermi di Desio, il Liceo M. Curie di Meda, l’ITIS Leonardo da Vinci di Carate Brianza, l’Istituto Gandhi di Besana Brianza, l’Istituto Primo Levi di Seregno e inoltre il Liceo Linguistico “ Regina Mundi” di Milano. È stata realizzata una versione in 24 pannelli, ora stabilmente esposta presso gli Istituti partecipanti e diventata strumento per la didattica.

Diverso è stato l’apporto delle varie scuole, come racconta a ilsussidiario.net la professoressa Antonia Poli che ha coordinato gli Istituti di Desio, Carate e Meda: «I nostri Istituti si sono occupati della definizione dei contenuti dei pannelli, mettendo in atto una riduzione e un riadattamento della versione originale della mostra. Il professor Davide Maino e Benedetta Cappellini dell’Università degli Studi di Milano hanno costantemente offerto la loro consulenza scientifica. I ragazzi del Gandhi di Besana, coordinati dal professor Lorenzo Cazzaniga, hanno realizzato la composizione grafica dei pannelli secondo un loro originale progetto. La supervisione della traduzione in inglese è stata svolta da Silvia Ballabio. Il progetto ha coinvolto insegnanti di diverse materie: italiano, storia, scienze, fisica, inglese e grafica e ha avuto una durata complessiva di due anni scolastici».

L’accenno alla traduzione in inglese tocca il punto più innovativo dell’iniziativa. La mostra infatti è stata appunto tradotta e alcune copie sono state donate a  scuole africane di lingua inglese in Kenya, Uganda ed Etiopia. Ma c’è di più.

Per la realizzazione della parte iniziale del percorso espositivo, riguardante la rappresentazione artistica e poetica della Via Lattea, hanno collaborato i docenti del Permanent Centre for Education di Kampala (Uganda): hanno inviato una interessante documentazione, poi rielaborata dagli studenti italiani, relativa ai miti e alle leggende del cielo tipiche delle tradizioni africane e non prive di spunti in sintonia con la moderna visione cosmologica scientifica.

Le ricadute di un lavoro del genere sulle scuole italiane coinvolte sono state notevoli. «Il progetto ha avuto un’incidenza sulla modalità quotidiana di studiare e di far scuola; infatti buona parte dei contenuti della mostra fanno parte dei programmi ministeriali italiani e i nostri ragazzi li hanno affrontati in  maniera più coinvolgente, in quanto lo studio dei contenuti sfociava in un obiettivo concreto: la ricerca della modalità migliore per comunicare i medesimi ai compagni africani e la realizzazione dei pannelli.  È stata anche la possibilità di sperimentare che quello che si studia non è solo per il voto, per il diploma e per la professione futura (tutte cose meritevoli) ma è utile, fin da subito, per il mondo intero».

Gli insegnanti confermano che molti studenti hanno partecipato al progetto con entusiasmo, coscienti che il loro contributo era il tassello di un mosaico cui lavoravano compagni di altre scuole e consapevoli che il frutto del loro lavoro avrebbe raggiunto, in seguito, una e poi più scuole africane. La mostra è di fatto un piccolo, ma reale contributo allo sviluppo del capitale umano nei paesi in via di sviluppo che la riceveranno. «L’incontro con la scuola di un paese in via di sviluppo – osserva la professoressa Poli – è l’incontro con una realtà dove la scuola e l’istruzione sono estremamente importanti, mentre da noi è facile perderne il senso e così tutto diventa scontato. Perché i ragazzi di questi paesi  sono così desiderosi di imparare? Che cosa ne faranno di quello che imparano? Sono state domande inevitabili, che non hanno lasciato indifferenti i nostri studenti».

I ragazzi di una classe hanno scritto così ai loro compagni africani: «Questo lavoro è risultato molto interessante, perché anche noi sapevamo ben poco della nostra Galassia. Questa occasione è stata molto utile per studiare insieme a voi e ne siamo felicissimi. Noi, purtroppo, non abbiamo la fortuna di osservare ogni sera le bellezze che ci circondano, poiché la luce delle nostre case col passare del tempo ha reso il cielo notturno più luminoso, nascondendo la Via Lattea. Per questo siamo rimasti affascinati osservando alcune fotografie di quella striscia luminosa scattate in Africa. Quando di sera alzate gli occhi al cielo e osservate la Via Lattea pensate a noi; noi, osservando il cielo, penseremo a voi e, con lo sguardo, attraverseremo il ponte bianco finché non ci incontreremo. Questo legame è forte e indissolubile: anche se non siamo lì con voi fisicamente è come se lo fossimo. Speriamo fortemente che un giorno ci possiamo incontrare e, chissà, possiamo osservare la Via Lattea insieme, fraternamente».

Per la cronaca, il 3 febbraio scorso la mostra è stata esposta a Kampala durante l’inaugurazione della scuola secondaria “Luigi Giussani High School”. Per l’occasione Antonia Poli ha portato i saluti degli studenti italiani e Davide Maino ha presentato la mostra. Nelle settimane precedenti l’evento, un gruppo di ragazzi della scuola africana, aiutati da Mauro Giacomazzi, si erano ritrovati con regolarità per studiare i contenuti della mostra e poter fare guida per il pubblico. Contenti di incontrare Maino, l’hanno subito sommerso di domande, quelle a cui non erano riusciti a dare una risposta convincente.

La mostra è rimasta esposta per altri dieci giorni e i visitatori sono stati circa 500. Successivamente, in maggio, è stata esposta a Nairobi alla “Cardinal Otunga School”, nell’ambito dell’Education Day, e un gruppo di studenti ha fatto da guida per i genitori. All’inizio di settembre, è stata esposta all’Istituto Italiano di Cultura della capitale kenyota: all’inaugurazione, con una conferenza tenuta da Paola Platania del CNR di Milano, hanno partecipato una settantina di persone; le visite sono state guidate da un gruppo di studenti universitari coordinati da Simon King’ori.

«Prevediamo all’inizio del nuovo anno scolastico, che qui comincia a gennaio, di allestire la mostra nei locali dell’Icarus Resource Centre (ICR), un centro per l’aggiornamento degli insegnanti costruito nell’ambito di un progetto Avsi co-finanziato dal Ministero degli Affari Esteri italiano», ha comunicato Paolo Sanna, cooperante di Avsi a Nairobi.

I commenti di alcuni studenti di Nairobi, suggellano in modo significativo un’esperienza che merita di essere conosciuta. «Dal lavoro sulla mostra per me è diventato chiaro che la conoscenza dell’universo e del rapporto tra noi e le stelle è pieno di meraviglia e allo stesso tempo suscita una serie di domande senza fine. La mostra potrei dire che ruota interno alla curiosità dell’uomo che non può essere bloccata anzi viene continuamente provocata da ogni nuova conoscenza. Tutti noi abbiamo bisogni che cerchiamo di soddisfare, ma che non riusciamo mai a soddisfare pienamente. I nostri bisogni sono accompagnati da domande che cercano una risposta infinita. Questo continuo tendere verso qualcosa di infinito è ciò che maggiormente mi ha colpito. Inoltre, la posizione delle stelle nella galassia e l’attività delle supernove e gli effetti gravitazionali del buco nero che contribuiscono a permettere le condizioni essenziali per la vita, sono stati per me una conferma che Dio veramente vuole che ci sia la vita sulla Terra» (Frederick O.).

E ancora: «Dopo aver percorso tutto l’itinerario della mostra, la più grande lezione per me è stata che non devo farmi bloccare di fronte a qualcosa di nuovo, dalla paura di ciò che non conosco. Quando per la prima volta mi sono imbattuto nella mostra e di fronte alla proposta di guidare i visitatori, ero abbastanza riluttante. Mi ero soffermato su alcuni termini scientifici e, poiché le materie scientifiche non sono le mie materie preferite, in un primo momento ho cercato di tirarmi fuori. Comunque Joakim Koech, il nostro Preside, e gli insegnanti hanno continuato a invitarci a cercare gli aspetti che erano di maggior interesse per ciascuno di noi e cosi ho cambiato lentamente anche il mio atteggiamento. Ho incominciato a puntare il mio interesse sui testi poetici e sulla domanda più importante della mostra: “e io che sono?”; cosi ho continuato a prepararmi mantenendo lo sguardo su questa domanda. In tal modo mi è stato possibile afferrare anche gli aspetti più specialistici e complessi che all’inizio mi sembravano troppo tecnici e difficili da capire. Ma soprattutto devo dire che ho imparato una grande lezione dall’esperienza di don Giussani descritta nel pannello 23  “il ponte sul mare”: è solo se facciamo attenzione che possiamo vedere e apprezzare ciò che ci circonda. Il mondo è bello e noi abbiamo bisogno di fare attenzione per sperimentare questa bellezza» (Ignatius J.).