giu 022010
 

di Mario Gargantini.
Negli ultimi due mesi l’azzurro, il colore che contraddistingue il nostro Pianeta, è stato coperto da due minacciose macchie nere: i cieli nordeuropei hanno assistito al risveglio poderoso di una forza della natura incontrollabile come il vulcano islandese Eyjafjallajokull; poco dopo le acque del Golfo del Messico hanno visto affiorare dalle profondità di un impianto che si credeva sicuro, una quantità enorme, e per molti giorni inarrestabile, di petrolio.
Due episodi che si aggiungono a una serie di eventi altamente drammatici, che hanno reso sempre più presenti nelle pagine dei giornali, così come nei normali commenti quotidiani, parole come disastro, catastrofe, emergenza, persino apocalisse.Sembra che il nero si stia sostituendo all’azzurro anche nel modo con cui si analizzano queste situazioni e si tracciano scenari sul futuro. Le considerazioni allarmate sulla nostra impossibilità di dominare le dinamiche naturali si sommano con le preoccupazioni per i troppo frequenti incidenti derivanti da opere dell’uomo che vanno fuori controllo.
Scienza e tecnologia finiscono subito facilmente sul banco degli imputati: la prima per la sua incapacità di spiegare in modo completo e di prevedere con esattezza i fenomeni naturali; la seconda per non riuscire a realizzare sistemi totalmente sicuri e affidabili. In entrambi i casi una nera delusione.

È in particolare sulla tecnologia che si indirizzano i commenti più severi.
Come quello di Emanuele Severino (Corriere della Sera, 18-4) che stigmatizza una tecnica che da un lato “si arrende alla natura”, dall’altro sviluppa sistemi così devastanti tanto che “sul piano della distruttività Tecnica e Natura si combattono ad armi pari”.
Molti altri parlano, con disappunto e rammarico, di impotenza della tecnica, di capacità progettuali umane che non riescono a superare certi limiti imposti dalla natura. Ma queste constatazioni possono sorprendere solo – e purtroppo si tratta della maggioranza – chi aveva un’immagine di tecnologia sproporzionata e non adeguata, di derivazione positivistica: una tecnologia vista come esercizio di un potere indisturbato, assoluto e illimitato sulla natura; una tecnologia che da strumento e mezzo diventa fine; un’attività autosufficiente mossa solo dalle esigenze interne di crescita e autosostentamento (come già segnalava negli anni Settanta Jean Ladrière).

Vale la pena quindi, in questo momento di riflessioni sulla tecnologia, mettere a fuoco il tema del limite. Si fronteggiano qui due visioni e due approcci ben diversi.
Da un lato una tecnologia concepita come continua sfida umana a superare ogni limite, a scavalcare ogni ostacolo, in una galoppata esaltante verso imprese sempre più prometeiche.  Dall’altro, un fare tecnico vissuto come impegno della ragione che esprime tutte le sue potenzialità nell’ottenere il massimo rispettando i limiti inevitabili posti dalla realtà.

È la posizione dell’ingegnere realista, che mette in campo tutti i suoi skill e la sua creatività per trovare la soluzione ottimale “a partire” dai vincoli posti dal contesto, non eliminandoli.  Sono due approcci che hanno ripercussioni sul piano psicologico per tutti, nell’atteggiamento e nelle aspettative nei confronti della tecnologia; e sono densi di implicazioni a livello più specifico per chi opera in ambito tecnologico.
Sottolineare l’impotenza della tecnica in alcune situazioni e insieme evitare il delirio di onnipotenza che sottende certi spregiudicati progetti, non significa ripiegare su posizioni rinunciatarie e minimaliste. L’uomo è sempre spinto verso cose grandi e la rassegnazione (come ha richiamato Ferdinando Camon, Avvenire 21-4) è una conclusione sbagliata.  Peraltro, “non possiamo perdere tempo” nel raccogliere tutte le lezioni proposte da queste vicende disastrose.

E una prima lezione è, per Camon, di spendere di più per “la ricerca nei-campi-che-non-sappiamo”.
Ma non basta.
Susanna Tamaro si è spinta più in profondità (sempre sul Corriere, 27-5) e, dopo un accorato appello al rispetto della natura, ha individuato il punto debole che impedisce all’uomo contemporaneo di assolvere al suo compito di “custode del creato”: “Avremmo dovuto custodire la terra, le acque, gli animali, le piante, ma per farlo avremmo dovuto avere in noi l’idea del sacro”.
Quindi l’idea della realtà come “altro”, di un’alterità nella quale continuamente ci imbattiamo e che ci lancia inviti, messaggi, segnali.  “La realtà è qui davanti a noi e ci parla costantemente, solo che non sappiamo più ascoltarla”.  Ecco allora, dice la scrittrice, questi eventi apocalittici vengono proprio per “togliere un velo dai nostri occhi, per donarci un nuovo sguardo”.

Si può solo aggiungere che una reale novità non nascerà dalla visione dei disastri e dalla pura constatazione della nostra impotenza di fronte ad essi. Non è la paura che può generare il nuovo. Un nuovo sguardo per accogliere e custodire la natura e una nuova energia per affrontare le emergenze possono venire solo dall’incontro rinnovato con una Presenza positiva e buona che sappia suscitare tutte le dimensioni dell’umano e ci metta in grado di continuare a costruire anche in un contesto di distruzione.
Solo l’irruzione di una Luce può diradare il nero e far emergere tutte le gradazioni dell’azzurro.